9 intraducibili emozioni che non sapete di aver provato

Esistono le parole intraducibili ed esistono i concetti intraducibili. Che dire delle emozioni? Ecco una lista di sentimenti intraducibili che non sapete di aver provato semplicemente perché in italiano non hanno un nome!
9 intraducibili emozioni che non sapete di aver provato

Illustrazione di Hui Skipp

Lo spettro delle emozioni umane è molto più vasto di quel che si pensa e comprende anche i sentimenti a cui la nostra lingua non ha dato un nome. La scrittrice, storica culturale e docente universitaria Tiffany Watt Smith ne ha analizzati 156 e li ha descritti nel suo “Atlante delle emozioni umane” (pubblicato in Italia nell’aprile 2017).
Ecco alcuni esempi di emozioni che si provano in tutto il mondo, ma che non in tutto il mondo possono essere indicate con una sola parola.

Siete interessati ad approfondire l’argomento? Ecco la lista di parole intraducibili e quella dei concetti italiani che non esistono all’estero!

1) AMAE (giapponese)

Immaginate di aver avuto una giornata storta, una di quelle classiche giornate in cui tutto sembra andare per il verso sbagliato. Poi immaginate che questa giornata storta sia finalmente giunta al termine e che, dopo un bel sospiro e un bel bicchiere d’acqua, possiate mettervi comodi per riposarvi ascoltando le vostre canzoni preferite. Ora immaginate che questo non basti per farvi dimenticare quella giornata tremenda che avete avuto. Sapete cosa dovreste fare? Dare ascolto all’amae che in questi momenti si fa sempre largo in noi. I giapponesi chiamano così quell’impulso di lasciarsi andare tra le braccia di una persona cara per essere coccolati e rassicurati sentendosi in totale sicurezza.

In Giappone inoltre, si dice che i bambini si comportano in maniera amaeru quando sfoderano il loro sguardo più dolce per convincere qualcuno a fare qualcosa al posto loro. Lo psicanalista giapponese Takeo Doi infatti, definì l’amae non solo come “un piacevole ritorno all’accudimento dell’infanzia”, ma anche, in senso più generico, come “un’emozione che confida nell’amore degli altri”.

2) IJIRASHI (giapponese)

Per spiegare il significato del termine “ijirashi”, Tiffany Watt Smith cita la famosa favola “The Little Engine that Could” (1930): mentre tutte le grandi locomotive si rifiutano di trainare un lungo treno fino alla cima di una montagna, “la piccola locomotiva coraggiosa” protagonista della storia decide di provarci e, con grande sacrificio e determinazione, riesce nel suo intento. Possibile che nessuno abbia dato un nome a quella sensazione che proviamo quando restiamo colpiti nel vedere qualcuno che parte in svantaggio, ma riesce a superare ogni ostacolo, portando a termine una grande impresa? I giapponesi lo hanno fatto: “ijirashi”, nella loro lingua, indica esattamente quel nobile sentimento.

3) IKTSUARPOK (lingua inuit)

Quando gli inuit aspettano una visita, hanno l’abitudine di guardare in modo quasi compulsivo le distese di ghiaccio in lontananza per vedere se qualche slitta si sta avvicinando. Hanno chiamato questo piacevole senso di irrequietezza “iktsuarpok”. Anche se non esistono traduzioni per questo termine, in ogni luogo del mondo in cui c’è umanità, c’è anche iktsuarpok: un’impaziente attesa di qualcuno che venga a riempire la nostra casa vuota o quella sedia del bar da tenere occupata, ma anche – nell’era della tecnologia – un’impaziente attesa di qualcuno che faccia illuminare lo schermo del nostro telefono, perché quella mail la stiamo aspettando con ansia, quel messaggio ci strapperà un sorriso e quella telefonata ci terrà compagnia. “Siamo animali sociali”, disse Aristotele.

4) AWUMBUK (lingua baining)

L’awumbuk è il senso di vuoto che rimane dopo la partenza di un ospite. A questa sensazione ha dato un nome la tribù baining delle montagne della Papua Nuova Guinea. Secondo questa tribù infatti, gli ospiti – per poter viaggiare leggeri – lasciano coloro che li hanno ospitati in un’atmosfera di inspiegabile pesantezza che li affliggerà per tre giorni e che impedirà loro di occuparsi in modo proficuo della casa e dei campi. Per tentare di limitare i danni, dopo la partenza degli ospiti, i baining riempiono un bicchiere d’acqua e lo lasciano in casa per una notte cosicché l’acqua possa assorbire l’aria “pesante” per poi essere gettata tra gli alberi il mattino seguente.

5) MAN (hindi)

In hindi, “man” è l’abbreviazione colloquiale di “manorath” e indica una vocazione che vogliamo seguire anche se non siamo in grado di spiegarne il perché (capita, ad esempio, quando si decide di imparare una nuova lingua).

6) BRABANT (toponimo belga)

Nel 1983, venne pubblicata la prima edizione di “The Deeper Meaning of Liff”, definito dagli stessi autori – Douglas Adams e John Lloyd – “un dizionario di oggetti o esperienze per cui non esiste ancora un nome”. Il carattere sarcastico del libro è chiaro sin dalla prefazione, in cui i due autori constatano che “il mondo è pieno di parole inutili che passano il loro tempo oziando sui cartelli stradali” e dichiarano di avere un preciso compito: “tirar giù queste parole dalla segnaletica stradale per condurle nelle conversazioni quotidiane della gente, cosicché possano apportare un contributo utile alla società”. Il libro di Adams e Lloyd infatti, è introdotto da alcune cartine in cui sono segnati diversi toponimi, principalmente del Regno Unito, ma non solo. A questi toponimi sono poi state affidate eterogenee e bizzarre definizioni.
Ad esempio, secondo la fantasia degli autori, il termine “Liff” (villaggio scozzese il cui “significato più profondo” dà il titolo al libro) indicherebbe proprio “una comune esperienza per cui non esiste ancora una parola”.
Tra le varie città del pianeta che vengono citate, troviamo anche le italiane Napoli (“piccoli buchi dei cracker”) e Udine (“non suscettibile al fascino”).
Ma veniamo al toponimo selezionato da Tiffany Watt Smitt per il suo “Atlante”: Brabant. A questa provincia belga, regione canadese e isola antartica, Adams e Lloyd hanno arbitrariamente affidato la definizione di “molto incline a scoprire fino a che punto si può provocare qualcuno”.

7) TORSCHLUSSPANIK (tedesco)

In tedesco “Torschlusspanik” significa letteralmente “panico del portone che si sta chiudendo”. Il termine infatti, fu coniato nel Medioevo, quando viaggiatori e pastori, vedendo un’armata nemica avvicinarsi, sapevano che il portone del castello stava per chiudersi e correvano verso il ponte levatoio per mettersi in salvo. Il Torschlusspanik dei giorni nostri è il nervosismo di chi si accorge di essere a corto di tempo quando una scadenza incombe. A tal proposito, in tedesco esiste il proverbio “Torschlusspanik ist ein schlechter Ratgeber”, traducibile con “la fretta è cattiva consigliera”.

8) ROAD RAGE (inglese)

Furono i notiziari americani degli anni ottanta i primi a parlare di “road rage”, ovvero di quella “rabbia” tipica di chi è al volante di un’automobile. Diversi studi hanno dimostrato che questo fenomeno si verifica perché nel momento in cui ci troviamo in auto, ci sentiamo nascosti e protetti e soprattutto perché in strada non c’è un contatto visivo diretto con gli altri conducenti. Capita infatti di “arrabbiarsi” con qualche auto, per poi realizzare solo in un secondo momento che quella che abbiamo appena insultato in realtà non è una macchina, bensì la persona che la sta guidando (e che magari, quella persona, la conosciamo anche…). È lo stesso meccanismo per cui molti “leoni da tastiera” lasciano alcuni commenti sul web spinti dalla convinzione di star offendendo dei post e non degli esseri umani in carne ed ossa. Nel 2005 infatti, gli psicologi Kevin Haley e Daniel Fessler svolsero una ricerca sul comportamento pro-sociale (quello che ha lo scopo di favorire collaborazione e coesione in una comunità di persone) e i volontari che presero parte allo studio si comportarono in modo decisamente più gentile durante gli esperimenti realizzati in stanze in cui si trovavano delle immagini di occhi.

9) VERGÜENZA AJENA, FREMDSCHÄMEN e PLAATSVERVANGENDER SCHAAMTE (spagnolo, tedesco e olandese)

Tutti conoscono il sentimento della vergogna, si ricordano di averlo provato e sanno come chiamarlo nella propria lingua. Esiste però un preciso tipo di vergogna che risulta difficile da denominare per i parlanti di molte lingue (tra cui l’italiano). Si tratta della vergogna provata per un’altra persona, chiamata “vergüenza ajena” in spagnolo (“vergogna altrui”), “Fremdschämen”  in tedesco (“vergogna esterna”) e “plaatsvervangende schaamte” in olandese (“vergogna provata nel mettersi al posto di qualcun altro”).
Per poter parlare di “vergüenza ajena”, “Fremdschämen” o “plaatsvervangende schaamte” si deve provare vergogna nei confronti di una persona sconosciuta e un po’ arrogante. Si tratta pertanto di un sentimento contraddittorio perché prima, con una buona dose di empatia, ci si immedesima in qualcun altro e poi, nel pensare alla gran figuraccia che questo qualcun altro ha appena fatto, si è contenti.

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