Che cos’è il backpacking? E come si chiama nel resto del mondo?

Viaggiare con lo zaino in spalla, con poco budget, evitando le mete più battute. In questo articolo troverete una breve storia del backpacking, un viaggio che parte dai mitici pionieri e arriva alle mete più in voga per quest’anno.
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Che cos’è il backpacking? E come si chiama nel resto del mondo?

Lo zaino è appoggiato sul letto, vuoto. Siete a casa vostra, ma è già iniziato il viaggio, perlomeno nella vostra testa: che in fondo è quello che conta.

“Backpacking” è un termine che indica un modo di viaggiare che non tiene troppo in conto il peso specifico del portafoglio, e che vede nelle comodità quasi un ostacolo alla possibilità di godersi completamente l’avventura, che è soprattutto quella di mettere un passo dopo l’altro verso il nuovo, il diverso, l’ignoto, il non-ordinario (non parlate a un backpacker di “vacanza”, potrebbe storcere il naso… e non provate nemmeno a sfiorare la parola “agenzia di viaggio”).

Il backpacker si muove con trasporti low-cost, sceglie mete poco battute, preferisce campeggi ed ostelli. Cerca di afferrare la cultura dei luoghi che visita, di respirarla, di mischiarsi tra gli abitanti del posto, di imitarne le abitudini. Cerca di far durare il più a lungo possibile tutto questo e il proprio budget.

Autenticità: è questa la ricerca più profonda che muove il backpacker.
Certo, il confine tra l’autenticità e lo stereotipo trendy e a buon mercato dell’“autenticità” è piuttosto labile: ma percorrerlo è un rischio che va corso. Restare immobili non è un’ipotesi contemplata.

I (quasi mitici) pionieri

Tutto iniziò, in un certo senso, con Marco Polo, che alla fine del Duecento si mise in viaggio lungo la Via della Seta, con il padre e lo zio, per raggiungere il Catai. Non riusciamo proprio ad immaginarci i tre mercanti veneziani con degli zaini in spalla; forse, piuttosto, con dei cesti di vimini caricati su dei carri.
Sapete da dove proviene la parola “zaino”? Dal longobardo zain(j)a, che poi passò nell’alto tedesco zeina… il significato? “Cesto di vimini”, appunto.

Marco Polo in questa storia c’entra solo come antecedente, come mitico esempio che settecento anni dopo – nel 1955 – alcuni studenti inglesi decisero di imitare, mettendosi in marcia lungo la stessa via per giungere fino ai confini sigillati ermeticamente della Cina di Mao.
Poi – a loro volta imitando questo esempio – vennero le prime piccole orde allegre di hippie della vecchia Europa, capelli lunghi, sogni di libertà in testa e, loro sì, zaino in spalla: i primi veri backpacker.
La meta, per quasi tutti, è l’India, lo stesso luogo (un luogo quasi dell’anima) in cui i Beatles si recarono nel 1968, per un corso intensivo di meditazione… provocando a loro volta nuove ondate di giovani che si misero sulle loro tracce, prendendo treni, autobus, tuk-tuk, passaggi in autostop.

Niente internet, naturalmente: per cui ogni backpacker si nutriva dei racconti orali di quelli che avevano percorso la strada prima di lui o dei primi appunti di viaggio che circolavano nei circuiti underground. Poi, nel 1973, arriva la pubblicazione della prima guida Lonely Planet. Il titolo? “Across Asia on the Cheap” (“Attraversare l’Asia con pochi soldi”, si potrebbe tradurre, oggi disponibile gratuitamente per Kindle).

Oggi il mondo è un posto completamente diverso: più piccolo, quasi interamente coperto dalla connessione internet e fotografato dai satelliti di Google Maps. Le guide cartacee sono già diventate qualcosa di “romantico”, quasi “antico”. I tempi mitologici dei primi backpackers lungo l’antica Via della Seta sono lontani, ma i viaggiatori con lo zaino in spalla si sono moltiplicati, e hanno moltiplicato le loro destinazioni (Georgia, Malta e Turchia sono quelle più gettonate per il 2019, secondo Hostelworld).

Un’idea, diverse parole

Pare che la parola italiana più adeguata per tradurre l’inglese “backpacker” sia saccopelista… ma vi confessiamo che non ci affascina poi molto.
Più evocativo è il termine tedesco wanderer, romantico come il famoso “Viandante sul mare di nebbia” (“Der Wanderer über dem Nebelmeer”), il celebre dipinto di Caspar David Friedrich.
La lingua spagnola opta per un calco perfetto dall’inglese: mochilero, è il termine per identificare il viaggiatore con lo zaino in spalla (“mochil”, appunto, significa “zaino”). Lo stesso vale per il portoghese mochileiro.
In francese il backpacker è il routard: un nome al cui interno risuona la gloriosa storia delle “Guide du routard”, nate nel 1973 (proprio come le Lonely Planet), con l’inconfondibile logo di un viaggiatore che, in spalla, porta legata la sfera terrestre… ecco, come fosse uno zaino.

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