Parla le lingue come hai sempre sognato

Parla le lingue come hai sempre sognato

Prova una lezione. La prima di ogni corso la offriamo noi.

L’italiano è la lingua più bella del mondo? Ennesima tesi a supporto.

Il fascino dell’opera incanta cantanti ed estimatori… di tutto il mondo. Non ci credete? Continuate a leggere!

Qual è la lingua universale per eccellenza?
“L’inglese”, direte voi, “che domanda facile!”
Di questi tempi, potreste anche arrivare a sostenere intere conversazioni con persone straniere utilizzando il linguaggio di emoticon e emoji che si è diffuso grazie alla messaggistica istantanea dei nostri computer e smartphone. Tutti lo capiscono e tutti lo “parlano”!
Tuttavia, lo so che lo state pensando, se ho iniziato questo articolo con un quesito così banale… è perché adesso voglio stupirvi con fuochi d’artificio ed effetti speciali.
Come reagireste se vi dicessi che, in qualche occasione, la lingua franca è stata quella con cui sono nata e cresciuta, ovvero l’italiano?

Tutto è iniziato nei lontani anni ‘80 quando, di punto in bianco, ho scoperto di avere un bisnonno cantante lirico emigrato in Germania. Secondo i racconti, viveva a Berlino fin da prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale e pare che (ma questa forse è una leggenda), grazie alle sue doti canore di baritono e alla sua presunta parentela con il ben più famoso Beniamino Gigli, fosse riuscito a fuggire da un campo di concentramento nazista… cantando un’aria lirica agli ufficiali.
Ecco, forse quest’ultima parte della storia non è vera. Il bisnonno è morto da più di vent’anni e probabilmente non conosceremo mai come sono andati realmente i fatti.
Quel che è certo è che all’epoca ho iniziato a riflettere sulla potenza dell’opera e su come, forse, fosse riuscita a salvare la vita del mio bisnonno. Con il passare degli anni e dei viaggi, ho ovviamente capito che non sarebbe stata una buona idea andare all’estero e pretendere di farmi capire lamentandomi del freddo con “Che gelida manina” o esprimendo la mia felicità attraverso “Ridi, pagliaccio”… che poi, per dire la verità, è tutto tranne che allegra.
Quello su cui, tuttavia, non ho mai cambiato idea è stata la forza del bel canto come mezzo di comunicazione e come metodo per ammaliare e affascinare i non italiani.
Se ne ho approfittato? Che domande!

Il mio bisnonno abitava a Berlino, città nella quale neanche a farlo apposta vivo attualmente e nella quale ho sfruttato per la prima volta – in modo del tutto inconsapevole – il potere della lirica.
Immaginate la scena: sto sorseggiando un cocktail in un fumoso bar di Prenzlauer Berg, quando un anziano signore accanto a me decide di rivolgermi la parola. Intimorita dal tedesco – lingua che, malgrado tutti questi anni in Germania, ancora non padroneggio – mi preparo a pronunciare il mio solito “Ich spreche kein…” quando mi accorgo che c’è qualcosa di insolito in quello che mi sta dicendo:
“Oh gioconda damigella, ardisco nel porle questa domanda: le farebbe gaudio di libare assieme a me?”
Non sta parlando in tedesco, evviva! Le parole che sta pronunciando sono in italiano, certo, ma… suonano alquanto anacronistiche.
Continuando a parlare con lui per una mezz’ora buona (e tutta con questo registro aulico) scopro che quel signore affascinante è un tenore che ha imparato un italiano strampalato e arcaico proprio grazie al suo lavoro.
“Strampalata sarai tu!”
… Staranno pensando tutti gli amanti di Verdi.
Mettetevi nei miei panni, però: a voi è mai capitato di intrattenere una conversazione nella vostra lingua madre, cercando di decifrare lemmi in voga un secolo fa e ormai, ahimè, in disuso? Il tutto, in un bar rumoroso e dopo un paio di cocktail? La situazione è perlomeno piuttosto insolita!

Racconto questa storia a tutti quelli che mi chiedono quando mi deciderò a imparare il tedesco, non solo per prendere tempo (questo è piuttosto ovvio, no?) ma anche perché dopo questo episodio il mio interesse “utilitaristico” nei confronti dell’opera è addirittura aumentato. Magari i vecchi tenori che adescano le “gioconde damigelle” nei bar non sono così diffusi… ma di amanti dell’opera ce ne sono a migliaia in tutto il mondo!
Non vi nascondo che, per qualche minuto, ho pensato di aver trovato la soluzione a tutti i problemi degli italiani all’estero… altro che esperanto!


Dopo i racconti sul mio bisnonno e una bella serata in compagnia, come mi avrebbe sorpreso ancora l’arte del melodramma?
La risposta è arrivata un paio d’anni dopo, nel 2013 per l’esattezza, quando sono sbarcata in uno dei posti più remoti del pianeta, nonché il paese più lontano dall’Italia.

Sto parlando di Aotearoa, la terra delle lunghe nuvole… la Nuova Zelanda!

Proprio laggiù, ho sentito parlare di un famoso trio di tenori polinesiani di nome “Sol3 Mio”. E fin qui, niente di strano: il concetto di “tre tenori” non è mica una novità. Ricordate la triade Domingo-Carreras-Pavarotti? Solo uno dei tre era italiano eppure se la cavavano benissimo. Ma voi vi aspettereste questo interesse per l’opera lirica italiana da parte di tre ragazzi che provengono da una sperduta isola dell’Oceano Pacifico (Samoa)?
E soprattutto, vi aspettereste di incontrare uno di loro tra gli alunni delle classi di italiano della Società Dante Alighieri (link) di Auckland dove, guarda caso, vostra sorella è una delle insegnanti?
Ok, a questo punto potreste obiettare che in Nuova Zelanda si parla inglese e che non avrei avuto motivo di esaltarmi per questo inatteso canale comunicativo. Ve ne do atto.
Fermatevi di nuovo a pensare alla situazione, però: a chi è mai capitato (e non una volta sola!) di poter parlare quell’italiano arzigogolato e antico fuori dall’Italia? Anzi, nel paese più lontano dall’Italia? Con tre ragazzi polinesiani? Che di mestiere fanno i cantanti lirici? Anche questa situazione mi sembra abbastanza peculiare, no?

Una volta, qualcuno mi ha detto che noi italiani potremmo decidere dall’oggi al domani di comunicare esclusivamente con i gesti. Realtà o mito? Chissà. Sicuramente potremmo parlare tra noi connazionali con un semplice sventolío di mani, su questo non ci piove.

La passione per l’opera è un metodo consolidato di esportare la nostra cultura all’estero… e se potesse essere utilizzata con il secondo fine di comunicare con ogni singola persona della terra senza alcuna barriera?
Forse è solo utopia… ma se se a volte – come succede a me – vi trovate a guardare “le stelle che tremano d’amore e di speranza” e non volete rinunciare a questo sogno, allora è davvero il caso di provarci: ve lo immaginate un mondo in cui tutti cantano? Io non riesco a pensare a nulla di più poetico.

Ti piace l’opera ma non ti va l’idea di cantare ogni volta che vai all’estero?

Impara una nuova lingua!