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Perché il tavolo si chiama tavolo e altre riflessioni di grandi filosofi

Ci sono dei nessi tra le parole e i significati che indicano? Ed è possibile creare una lingua artificiale uguale per tutti? Ecco alcune riflessioni che hanno attraversato i secoli, da Platone, a Leibniz, ai giorni nostri.
Perché il tavolo si chiama tavolo e altre riflessioni di grandi filosofi

Vi siete mai chiesti perché un determinato oggetto si chiama proprio in quel modo? O perché un sentimento viene indicato con un termine piuttosto che con un altro?
Ad esempio, perché il tavolo si chiama “tavolo” e l’amore si chiama “amore”? C’è qualcosa nella parola “amore” di più positivo di quanto c’è nella parola “odio”? Il tavolo invece, potrebbe potenzialmente essere chiamato “sedia”? O “lampada”?
Dare una risposta a queste domande non è semplicissimo: il linguaggio è presente nella nostra vita di tutti giorni, ma è al tempo stesso immateriale (soprattutto se si pensa al linguaggio verbale). C’è comunque una buona notizia: alcuni grandi filosofi e linguisti sono giunti a delle conclusioni (quasi) definitive.

Perché il tavolo si chiama “tavolo”?

Platone, molto prima di noi, si pose questa domanda. Nel suo “Cratilo” infatti – un dialogo interamente dedicato al linguaggio – egli ipotizzò tre diverse modalità di attribuzione di un nome alle cose: “per natura” (phýsei), “per consuetudine” (éthei) o “per convenzione” (thései). Quest’ultima era l’ipotesi più accreditata da Aristotele e dalle scuole filosofiche dei Sofisti e degli Stoici. Platone era invece un sostenitore della visione secondo la quale il rapporto tra cose e parole non è totalmente convenzionale. Egli sosteneva infatti che il linguaggio fosse un preciso specchio di oggetti e sentimenti tangibili.

Oggi, però, l’arbitrarietà è considerata a tutti gli effetti una proprietà del linguaggio. Questo vuol dire, “semplicemente”, che non c’è alcun motivo per il quale il tavolo si chiama “tavolo” (o per il quale qualsiasi altra cosa si chiama in un certo modo). Unica eccezione: le onomatopee. Ad esempio infatti, “ticchettio”, “tintinnio” o “miagolare” non sono parole nate per convenzione o arbitrio, bensì espressioni che richiamano i suoni che indicano.

Quanti tipi di parole esistono?

Oltre che per aver fatto riferimento alle tesi di Platone, per quanto riguarda il linguaggio, gli Stoici vengono ricordati anche perché furono i primi a parlare di “parti del discorso”.

Essi distinsero solo il nome (ónoma) dal verbo (rhêma), ma, sulla base dei loro studi, nei secoli successivi alcuni grammatici latini individuarono otto “partes orationis”, quasi del tutto coincidenti con le nove oggi tradizionalmente riconosciute: nome, verbo, aggettivo, articolo, pronome, preposizione, congiunzione e avverbio (solo l’interiezione non venne citata dai latini).

È possibile creare una lingua artificiale uguale per tutti?

Diversi secoli dopo i primi studi dei filosofi greci e dei grammatici latini, Gottfried Leibniz, filosofo tedesco vissuto tra il 1600 e il 1700, si interrogò circa la possibilità di creare una lingua artificiale. È possibile creare una lingua uguale per tutti? Se per qualche secondo questo pensiero ha sfiorato la vostra mente per poi essere accantonato, sappiate che invece Leibniz, dopo essersi posto questa domanda, non mise assolutamente da parte l’idea, anzi, decise di cimentarsi in prima persona nell’impresa. Egli elaborò infatti una “characteristica universalis”, ovvero la base che doveva servire per la formazione di un’unica lingua simbolica valida per tutti.

Questo tentativo ebbe successo solo in parte e la “characteristica universalis” di Leibniz (che era anche uno stimato matematico) venne utilizzata solo in alcuni ambiti, perlopiù scientifici.

Insomma: le lingue sono un fenomeno impossibile da gestire totalmente in modo artificiale e pianificato. Ovviamente, non è mai esistita e mai esisterà una vera lingua uguale per tutti (niente panico quindi: ce ne sarà sempre una nuova da poter imparare)!

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