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Parole che vanno, parole che vengono

Un viaggio nel tempo attraverso l’italiano! Scoprite con noi gli ultimi neologismi e i termini caduti in disuso. Quante di queste parole sapete riconoscere?
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Parole che vanno, parole che vengono

Illustrazione di Raúl Soria

Se volete fare un viaggio nel tempo, nulla di meglio dei vecchi documentari dell’Istituto Luce, memoria storica dei tempi in cui il telegiornale non esisteva, tra gli anni ’30 e ’50. La voce era quella del famosissimo Guido Notari e i commenti fanno uso di parole che appaiono oggi quasi estranee. I filmati riportano infatti termini come celluloide, fanciullo, cerino, cablogramma e telegrafo, caduti da tempo in disuso.

Da allora ai nostri giorni, la crescita esponenziale dell’elettronica ha relegato in soffitta le telescriventi, i telefoni duplex e con loro i marconisti; i progressi dell’industria hanno mandato in pensione termini come fucina, calderaio, ramaiolo e ferriera. Incalzati dall’elettronica di consumo, sono divenuti obsoleti mangiadischi e mangianastri, musicassette e cineprese, che fanno ormai bella figura solo nei negozi di modernariato.

Evoluzione delle parole legate ai mestieri

Nell’ambito lavorativo, sono ufficialmente scomparsi i termini portantini, bidelli e becchini, che da tempo si chiamano rispettivamente operatori sociosanitari, collaboratori scolastici e operatori mortuari, così come gli spazzini, denominati operatori ecologici. Lo stipendio, invece, non serve più a pagare la pigione ma l’affitto, magari di un loft, la nuova frontiera della casa costituita da un locale unico.

Oltre alle parole di origine straniera entrate nell’uso comune, che includono premier e governatore della regione (mutuate dall’inglese e tecnicamente non applicabili al sistema italiano), negli ultimi decenni la politica ha introdotto neologismi come primarie, bipartisanismo e ribaltone. Gli stessi partiti hanno inoltre constatato divisioni interne tra falchi e colombe (sempre termini tradotti dall’inglese), rappresentanti di posizioni più o meno intransigenti “di fronte a determinate scelte politiche e militari” (definizione tratta dal Vocabolario Treccani).

Il linguaggio giornalistico

Il linguaggio giornalistico è inoltre da sempre una delle principali fonti di parole nuove. L’inclusione di un neologismo nel dizionario dipende, infatti, non solo dalla sua invenzione, ma anche dalla sua diffusione e persistenza nel tempo, alle quali i media contribuiscono direttamente. Gli scandali politici ed economici degli ultimi vent’anni hanno così generato le microcittà criminali di tangentopoli, appaltopoli, affittopoli e calciopoli, culle degli inciuci. I cambiamenti socioeconomici generano presunti bamboccioni e ben più reali milleuristi, mentre la bambinizzazione, la “tendenza a vivere da bambini” (definizione tratta dal Vocabolario Treccani), si fa strada nei contesti più svariati.

Giornalistica anche l’origine del test alcolemico, con il quale le autorità vigilano su quello che un tempo era il bicchiere della staffa, e che nel secolo scorso conteneva rosoli e ratafià. Lo spaghetto nostrano ammortizzava forse meglio il mezzo fiasco di vino di una volta, rispetto al finger food dell’apericena. Ma la gastronomia moderna è una miniera di parole nuove e ci regala ancora kebabberia, croissanteria, pescetariano, impiattare e il cacofonico microondabile, quest’ultimo peraltro privo di corrispettivo verbale.

Il caso di “petaloso”

Ben più felice il giudizio dell’Accademia della Crusca su un neologismo del 2016, petaloso, che in realtà era già stato usato dal giornalista Michele Serra nel 1991 per commentare i fiori di Sanremo. Il piccolo Matteo, però, ha commosso tutti con la sua proposta, e l’aggettivo, definito “bello e chiaro” dalla Crusca, è entrato a far parte del dizionario. Non solo: l’accaduto ha risvegliato la passione per la lingua italiana e a petaloso sono seguite migliaia di nuove proposte.

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