Linfa per la lingua italiana: Andrea Camilleri e il suo “pseudo-dialetto”

Ironia, raffinatezza, sicilianità: la lingua di Andrea Camilleri a partire dal romanzo d’esordio del Commissario Salvo Montalbano.
Linfa per la lingua italiana: Andrea Camilleri e il suo “pseudo-dialetto”

“In prossimità degli ottant’anni, temendo l’arrivo dell’Alzheimer, mi venne in mente come far finire Montalbano. Lo scrissi allora. E lo mandai a Elvira Sellerio. La fine di Montalbano l’ho già scritta più di tredici anni fa. Finirà Montalbano, nel momento in cui finirò anche io. Ma Montalbano non muore. E nemmeno va in pensione. Montalbano è un personaggio letterario e muore come possono morire solo i personaggi letterari. Posso dirvi che non si tratta tanto un romanzo, quanto di un metaromanzo, in cui il personaggio discute con me e con l’altro Montalbano, quello che appare in televisione.”

Impossibile, leggendo queste parole, non pensare al padre di quell’indefinito e magico spazio a metà tra realtà e finzione: Luigi Pirandello, italiano e siciliano che Camilleri lesse, stimò e conobbe.

“Scrivila così come me l’hai raccontata”. Fu questo il consiglio che Andrea Camilleri ricevette invece da suo padre, dopo avergli narrato una storia che “non sapeva come scrivere”. E fu questa la frase che diede il via alla lunga serie di romanzi scritti in una lingua “a cavallo”. A cavallo tra l’italiano e il siciliano, prima di tutto. Ma anche a cavallo tra il formale e l’informale, tra il serio e l’ironico, tra la tradizione e l’innovazione. Una lingua che ebbe un enorme successo nazionale ed internazionale, da Camilleri stesso definito “francamente, inspiegabile”. Una lingua su cui abbiamo scelto di soffermarci a partire da uno dei romanzi che hanno per protagonista Salvo Montalbano, il primo. Per riavvolgere il nastro e, nell’attesa della fine, ritornare all’inizio.

La mànnara, i munnizzari e taliare

Era il 1994 quando la Sellerio pubblicava “La forma dell’acqua”, il debutto del Commissario Montalbano. Debutto che getta sin dalle prime pagine nell’atmosfera siciliana che Camilleri amava raccontare in tutte le sue facce, anche le più decadenti. Il luogo del delitto, ne “La forma dell’acqua”, è la mànnara, un luogo abbandonato, chiamato così perché un tempo un pastore vi teneva le sue pecore. Da definizione infatti, secondo il Dizionario Camilleriano, la mànnara è “il recinto in cui si chiude un gregge”.

Proprio nella mànnara, a trovare il corpo dell’ingegnere Luparello, sono i due munnizari Saro e Pino, che non saranno mai definiti come “spazzini”, “netturbini” o “operatori ecologici”, bensì sempre e solo come munnizzari, o tutt’al più come munnizzari fitusi.

In effetti, molti termini siciliani sono delle vere e proprie costanti nelle opere di Camilleri, “neanche” è sempre e solo manco, “lavorare” è travagliare, “molto” è assai, “raccontare” è contare, “sedersi” è assettarsi, “donna” è femmina e qualsiasi insulto possibile e immaginabile diventa unicamente cornuto, per citare alcuni esempi.

Ma la lingua di Camilleri è molto più di qualche sicilianismo inserito qua e là; la vera chiave del Camilleriano risiede infatti nel mix tra i diversi vocabolari e le diverse strutture dell’italiano e del siciliano. Ad esempio, per citare un’altra costante, con Montalbano il verbo “guardare” non compare mai. Taliare lo sostituisce, perfettamente coniugato in tutti i tempi e le persone. Taliava, taliò, taliarono, taliando e così via.

Parola d’ordine: dislocazione

Cabasisi? Ammazzatina? Cinquantino? Babbiare? Camurrìa? Impossibile eleggere la parola più rappresentativa del Commissario Montalbano. Una però, anche se non è mai stata scritta da Andrea Camilleri, né pronunciata da Luca Zingaretti, è presente in modo molto più massiccio rispetto a tutte quelle indicate sopra, sia nei romanzi che nella serie televisiva di Montalbano. Si tratta della dislocazione, una forma tipica del siciliano, in cui alcune parole si trovano in una posizione diversa rispetto a quella prevista dal loro ordine standard.

“I giornalisti? Non li ho voluti io”, “peggio mi sento”, “stavo sognandoti” e “stiamo ancora esaminandola” sono alcuni esempi tratti proprio da “La forma dell’acqua”.

Per la cronaca, cabasisi è il nome di un tubero, più frequentemente usato in espressioni come rottura di cabasisi o scassare i cabasisi. Ammazzatina è un simpatico sinonimo di “delitto”. Un cinquantino è una persona di cinquant’anni. Babbiare significa scherzare e una camurrìa è una “scocciatura”.

Montalbano sono… O forse no

La posposizione del verbo è proprio un tipo di dislocazione, quindi un aspetto tipico del siciliano e certamente uno di quelli che più ha caratterizzato il personaggio di Montalbano, ma è giusto sottolineare che si tratta di una caratteristica enfatizzata dalle sue trasposizioni televisive, che spesso tendono a stereotipare dialetti e personaggi con l’obiettivo di renderli immediatamente (e simpaticamente) riconoscibili.

Nel suo romanzo d’esordio infatti, Montalbano viene presentato con le seguenti parole: “Il commissario era di Catania, di nome faceva Salvo Montalbano, e quando voleva capire una cosa, la capiva” e alla sua prima telefonata risponde dicendo: “Signor questore? Sono Montalbano” (e non “Montalbano sono”).

Gerghi, stili e influenze

Quando si parla della lingua di Camilleri e di Montalbano, non si può non parlare anche di gerghi polizieschi e criminali strettamente legati al genere del giallo. Ad esempio, ne “La forma dell’acqua”, è il narratore stesso a spiegare che un cliente è “un morto di cui loro dovevano occuparsi”.

Sappiamo infatti che la fine di Montalbano sarà un “metaromanzo”, ma è possibile notare sin dagli esordi, che Camilleri si occupò spesso anche di “metalingua”, ovvero di spiegare, attraverso la lingua, alcune caratteristiche della lingua stessa. A proposito di gerghi, ne “La forma dell’acqua” leggiamo che “Montalbano aveva accuratamente scelto due verbi (acclarare e ribadire) e un sostantivo (trasparenza) che da sempre rientravano nel vocabolario del prefetto”.

Che dire poi dello stile, ironico e raffinato al tempo stesso, come quando in seguito alla morte dell’ingegnere Luparello, Camilleri descrive prima una telefonata con il figlio dell’ingegnere e poi il suo funerale, a distanza di pochi capitoli e con due toni ben diversi.

-Commissario Montalbano? Parla l’ingegnere Luparello.
Oh cazzo, ma non eri morto?
La battutaccia stava per scappare a Montalbano, che però si fermò in tempo.
-Sono il figlio. Continuò l’altro.
Il funerale aveva toccato punte emotive altissime. Una folla di almeno duemila persone aspettava sul sagrato che uscisse la bara per scoppiare in un caldo e commosso applauso. Caldo va bene, ma com’è che un applauso si commuove? Si chiese Montalbano.
Inoltre, quella di Pirandello, lo ribadiamo, fu una delle influenze più importanti per Camilleri, che, con la sua tipica vena ironica, ne parla esplicitamente già nel primo romanzo di Montalbano: “- Pensi che il vescovo ha citato persino Pirandello, i Sei Personaggi, quella battuta in cui il padre dice che uno non può restare agganciato per sempre a un gesto poco onorevole, dopo una vita integerrima, a causa di un momentaneo sfaglio. – Come a dire: non si può tramandare ai posteri l’immagine dell’ingegnere con i pantaloni momentaneamente calati”.
Inutile dire che potremmo andare avanti ancora per molto, parlando della lingua e del dialetto di Camilleri, dialetto che egli definiva “una nuova linfa da portare al vecchio albero della lingua italiana”, perché “se comincia a morire la nostra lingua, è la nostra stessa identità che viene messa in pericolo”.
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