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Espressioni e modi di dire romani: la guida definitiva

Più di 50 modi di dire romani (più un bonus) per capire tutto, ma proprio tutto, di quello che si dice nella serie di Zerocalcare.
Espressioni e modi di dire romani: la guida definitiva

Vi è mai capitato di parlare con un romano e di rimanere confusi/e dall’uso di qualche parola misteriosa? Recentemente, su Netflix, è uscita “Strappare lungo i bordi”, la serie disegnata da Zerocalcare e, se non siete di Roma o non ci avete mai abitato, può essere che non abbiate colto tutto ma proprio tutto. È un’esperienza comune, del resto: il dialetto romanesco, pur essendo sostanzialmente una variante linguistica dell’italiano (e infatti in molti non lo considerano nemmeno un dialetto) ha delle espressioni davvero curiose che sono a volte incomprensibili, per chi non ha mai abitato a Roma. Abbiamo quindi pensato di raccogliere più di 50 parole, espressioni e modi di dire romani che vi aiuteranno a cavarvela anche nelle situazioni più complicate: in bocca al lupo!

Modi di dire romani: origini e significato

A buffo

La parola buffo, in romano, non ha nulla a che fare con l’italiano. Non c’è molta chiarezza sull’etimologia di questa parola: secondo alcuni “buffo” è arrivato a Roma dal genovese o dal veneziano, per altri dal francese, per altri ancora replica il suono di qualcuno che sta gonfiando qualcosa. Il modo di dire “a buffo” vuol dire “a credito” (o “a rate”, facendo quindi i cosiddetti buffi; ci torniamo più tardi), anche se qualcuno lo usa al posto di “senza motivo”.

A chi tocca nun se ‘ngrugna

La traduzione letterale è “A chi tocca, non se la prenda”, cioè “A chi càpita, càpita”.

Abbozzà

Verbo fondamentale perché usato spessissimo: vuol dire “sopportare pazientemente, tollerare, subire passivamente”.

Accannà

I romani sono gente sbrigativa e mal sopportano chiacchiere a vuoto e lamentele. Se siete particolarmente verbosi, insomma, non sorprendetevi se vi verrà chiesto di “accannare”: vuol dire “smettere”.

Acchittasse

Vestirsi elegantemente, mettersi in ghingheri.

Accollasse

Tra i modi di dire romani, non c’è espressione che riassuma meglio la filosofia del romano medio: accollasse significa “essere di peso”, “aggiungersi senza essere stato invitato/a” eccetera. Il verbo “accollare” viene anche usato in senso transitivo (“mi ha accollato sua sorella”) e viene anche sostantivizzato (“è proprio un accollo!”, che vuol dire “è proprio una scocciatura!”). A un accollo, in genere, si chiede di accannare.

Adavede

Letteralmente significa “devi vedere”, in realtà viene usato per ribadire o confermare quello che è appena stato detto.

Annà in puzza

Molti modi di dire romani sono semplicemente delle metafore e “annà in puzza” è tra questi: non vuol dire “cominciare a puzzare”, ma si usa piuttosto per quelle persone che cominciano ad irritarsi perché sbeffeggiate dagli altri.

Aripijate

“Riprenditi, svegliati”: spesso indirizzato ai giocatori dell’AS Roma.

Arzà

Tra i modi di dire romani, questo è un falso amico. O meglio, “alzare” ha due significati a Roma: lo stesso dell’italiano, ma anche “prestare”.

Avoja

L’espressione romana per eccellenza (o una delle), una parte integrante del dialetto romano che non può mancare in nessun dizionario. Avoja non ha un vero significato e traduce varie espressioni di conferma: certo, , assolutamente sì, un sacco, molto eccetera.

Bajocchi

Non è questo il luogo per occuparsi di numismatica pontificia, ma “baiocchi” è un termine tutt’ora usato come sinonimo di “soldi”. Il motivo è che fino al diciannovesimo secolo, nello Stato della Chiesa, c’era una moneta che si chiamava proprio così: baiocco.

Battere i pezzi

Questa, tra le espressioni romane, è praticamente impossibile da decifrare. “Battere i pezzi” significa “corteggiare”, “provarci con qualcuno”, e nonostante molti romani siano convinti che sia perfettamente comprensibile al di fuori del Raccordo, per gran parte degli italiani questo modo di dire è incomprensibile.

Boro

Sulla differenza tra coatti, bori e burini si potrebbe scrivere una tesi di laurea: ad ogni modo tutti questi termini indicano una persona poco elegante, tanto nel modo di vestire quanto in quello di esprimersi.

Caciara

Questo termine, al contrario di molti altri compresi in questa lista, è ormai diventato popolare al di fuori di Roma e molti ne avranno già indovinato il significato: “confusione, baccano”.

Cecagna

Avete appena divorato un etto e mezzo di tonnarelli cacio e pepe, avete preso caffè e digestivo, ma le palpebre pian piano si stanno inesorabilmente abbassando: è la cecagna, cioè l’abbiocco che viene dopo il pasto, secondo i romani. Perché cecagna? Beh, avete appena chiuso gli occhi, quindi siete ciechi.

Corcà

Questo termine è uno dei più semplici da capire, perché va spesso di pari passo con botte: “l’hanno corcato de botte”. “Corcare” vuol dire infatti “picchiare”, “malmenare”.

Dà i resti

Quando non so si sa a chi dare i resti, significa che ci si trova nel bel mezzo di una questione spinosa e di difficile situazione, senza sapere quale decisione prendere. L’origine di questo modo di dire è molto affascinante: si riferisce infatti a quando i garzoni delle macellerie dovevano decidere a chi dare gli scarti della giornata. Questi garzono, che venivano accerchiati da mendicanti e povera gente, si trovavano nella spiacevole situazione di dover scegliere e quindi di “non sapere a chi dare i resti”.

Daje

Tra le espressioni romane, non può mancare il celeberrimo daje, che sta sulle magliette, sulle cartoline, sui muri, sui libri, sulle insegne dei negozi, dappertutto. Daje è molto banalmente la versione romana di dai! e può essere usato in qualsiasi contesto: per incitare, per incoraggiare, per prendere in giro, per ammonire, per esprimere gioia, per dare conferma eccetera eccetera.

Dasse

Cioè “darsi”. Non è chiaro? Beh, certo, in italiano la forma riflessiva del verbo “dare” viene usata per alcune espressioni idiomatiche (darsi delle arie, darsi pace ecc.) mentre a Roma darsi vuol dire “andarsene”.

De coccio

“Certo che sei de coccio, eh!”: se qualcuno vi si rivolge così, vuol dire che non avete capito nulla o che vi state intestardendo nel commettere lo stesso errore.

Eccallà

Un termine che forse appartiene ai più giovani ma che sentirete usare spessissimo. “Eccallà” vuol dire “eccola là” e si dice, in modo fatalistico (e a volte melodrammatico) quando succede qualcosa di spiacevole ma che avevate previsto, come per esempio quando la Lazio segna in contropiede dopo che la Roma ha preso il palo.

Fà er vento

Come altri modi di dire romani, “fà er vento” non è strettamente un’espressione romana e probabilmente molti parlanti del Centro Italia che conoscete la usano spesso (viene usato anche per i titoli dei giornali, per dire). Fare il vento significa “andarsene senza pagare”, solitamente da un bar e un ristorante.

Fà i buffi

Abbiamo detto più sopra che buffo è una parola molto importante a Roma e che la sua origine è misteriosa. E in effetti non è molto chiaro perché i “buffi” siano i debiti. Ad ogni modo, “fà i buffi”, fare i debiti, è una di quelle espressioni romane che sentirete spessissimo, anche perché viene spesso usata in tono scherzoso.

Famo a capisse

“Facciamo a capirci”, ossia “intendiamoci”, una di quelle parole riempitive che potrete usare quando vorrete, sia per fare gli spiritosi, sia per minacciare velatamente qualcuno (senza esagerare, eh).

Figura da peracottaro

Il venditore di pere cotte, a Roma, non gode di molta stima. Il peracottaro infatti è colui che vende prodotti di bassa qualità ed è diventata la figura del mediocre per eccellenza, colui che colleziona figure meschine, passando per l’incapace, lo zimbello di turno.

Gabbio

A Roma la galera si chiama anche gabbio e non è difficile immaginare il perché.

Imbruttì

No, non vuol dire letteralmente “rendere brutti”, almeno non a Roma. Quando si imbruttisce, nella Capitale, vuol dire che si guarda storto qualcuno. Per esempio se dite a un romano che la pizza romana non è la vera pizza, è molto probabile che verrete “imbruttiti”. È il prezzo da pagare per stare nel giusto, abbiate pazienza.

Ingarellasse

In italiano “ingarellarsi”, ossia “mettersi in competizione”, viene usato principalmente per le corse clandestine in motocicletta, come notano D’Achille e Giovanardi. A Roma però, “ingarellasse”, non significa solo questo ma è un modo di dire che vuol dire più o meno “discutere appassionatamente sulla soluzione di un problema o di una questione in particolare”.

Esempio pratico.

Limortaccitua/Limortaccivostra

Un’espressione che non ha bisogno di presentazioni, perché pur non essendo granché usata al di fuori del Lazio, è comunque molto frequente in tv, che sia uno sketch televisivo o una serie tv ambientata nella Città Eterna. “Limortaccitua” è una maledizione che si scaglia contro i parenti morti di qualcuno (“i morti tuoi/vostri”) e che viene declinata in modi molto creativi, tipo “limortanguerieri” e cioè “siano maledetti tutti i tuoi avi, fino ad arrivare alle generazioni degli antichi guerrieri”.

M’arimbarza

Ecco un altro modo di dire che riassume alla perfezione la filosofia del romano medio: la noncuranza verso le avversità, che in una città come Roma sono all’ordine del giorno. “M’arimbarza” vuol dire letteralmente “mi rimbalza (addosso)”, ossia “non mi fa né caldo né freddo”.

M’ha detto bene/male

La sentirete usare spessissimo e anche se il significato è intuibile, per chi non è di Roma la comprensione potrebbe non essere immediata. “Ti ha detto bene” vuol dire infatti “ti è andata bene” e ne esiste anche una versione meno elegante e, ovviamente, più efficace: “ti ha detto culo”.

Mica piscio dal ginocchio

Se c’è una cosa in cui i romani sono imbattibili è la fantasia delle espressioni che usano. Raramente sono raffinate, ma non si può certo sostenere che non arrivino dritte al punto. “Mica piscio dal ginocchio” è l’esempio più calzante: questo modo di dire si riferisce ai calzoni corti al ginocchio portati dai bambini, i quali, quando non potevano più trattenere la pipì, se la facevano addosso e quindi “pisciavano dal ginocchio”. Quest’espressione quindi significa “non sono nato ieri”, “non sono uno sciocco/sprovveduto” ma è decisamente più pittoresca, no?

Na cifra

Il corrispettivo romano di “molto”, “un sacco”.

Nasone

No, i nasoni a Roma non sono persone dotate di un naso “importante”, come si suol dire. Si tratta invece delle fontanelle di Roma, chiamate appunto “nasoni” dai romani per via della loro particolare forma, che ricorda quella di un lungo naso. I nasoni sono un simbolo della città e solo nel centro storico ce ne sono più di 200.

Ndo cojo cojo

Chi dice “ndo cojo cojo” sta dicendo che si accontenterà di quello che arriverà, perché “dove colgo, colgo”.

Nun t’aregge

Altra espressione di difficile decifrazione, per chi non abita a Roma: “nun t’aregge” vuol dire letteralmente “non ti regge”, ma anche così è difficile intuire il vero significato di questo modo di dire, vero? Nun t’aregge si dice a chi non ha il coraggio di far qualcosa, che sia dichiarare il proprio amore o affrontare il traffico sulla Casilina per andare a fare gli ultimi regali di Natale.

Pijottà

Meno celebre del termine “piotta”, “pijottà” è in ogni caso un verbo molto usato dai romani. Entrambe le parole hanno a che fare con il numero 100, questo è sicuro, sull’etimologia ci sono invece poche certezze. Luigi Matt dice che il termine “piotta” è entrato a far parte della quotidianità romana a partire della seconda metà del Novecento e che le prime tracce letterarie le si trovano in Pasolini, ma è difficile definire un quando e un come. Ad ogni modo, c’è poca discussione sul significato di pijottà, che vuol dire “andare velocemente”, “sbrigarsi” (letteralmente sarebbe “andare a 100 all’ora”).

Pilotto

“Pillottare” significa raccogliere il grasso dell’arrosto e versarcelo sopra com un attrezzo chiamato appunto “pillotto”. I romani hanno addottato il nome di questa pratica e risemantizzata a modo loro: “me sta a dà er pilotto” significa che qualcuno li sta tormentando con domande, richieste o lamentele continue.

Piotta

La piotta era in origine la moneta da 100 lire. Ora una piotta sono 100 euro (e mezza piotta sono 50).

Pipinara

Un conto è la caciara, un conto è la pipinara. La desinenza è simile perché simile è il significato, ma c’è una sostanziale differenza: la “pipinara” è infatti un assembramento di bambini chiassosi (sembra perché “pipino” vuol dire “pidocchio”).

Pischello

Tra i modi di dire romani è forse tra i più noti al di fuori di Roma: il “pischello” è un ragazzino. Ma la storia di questo termine è molto complessa, a partire dalla sua etimologia. Pasolini, in particolare, usava una sfumatura ben precisa di “pischello”, che secondo lo scrittore e regista di “Ragazzi di vita”, indicava ragazzi di strada, con un particolare stile di vita, modo di fare e di esprimersi.

Piscià

Proprio come “arzà”, anche “piscià” ha un duplice significato, a Roma. Il primo è piuttosto intuitivo, il secondo per nulla: quando qualcuno “ti piscia” vuol dire che ti ha dato buca, che ti ha messo in disparte, oppure, nei casi più estremi, che ti ha lasciato.

Sentirsela calla

Chi se la sente calda, in sostanza, si dà delle grandi arie, spesso senza un vero motivo.

Se semo visti

Il modo di congedarsi dei romani: “ci siamo visti” (c’è anche l’alternativa, “se o semo visto”). Se vi va, quando qualcuno vi dice “se semo visti” potete citare Valerio Mastandrea e rispondere con “Io nun t’ho visto. T’ho vissuto”. Più romani de così, se more.

Scapoccià

La capoccia è la testa e chi scapoccia sta perdendo la testa, cioè sta impazzendo.

Scrocchiazeppi

Un altro di quei modi di dire romani che rendono questa parlata davvero unica: lo scrocchiazeppi è una persona particolarmente gracile, tanto magra da far scrocchiare le ossa come se fossero dei fuscelli, cioè gli zeppi.

Sderenato

Non è un termine prettamente romano, ma è davvero comunissimo e va per forza imparato. Chi è “sderenato” è esausto, sfinito fino ai reni.

Stacce

L’espressione romana che riassume, così come “eccallà”, il fatalismo dei certi romani, l’accettazione con un sorriso, spesso sardonico, delle sventure quotidiane. Hai perso l’83 e non arriverai in tempo per l’esame? Stacce. Hai giocato mezza piotta sulla vittoria della Roma ma una papera del portiere al novantacinquesimo ti ha fatto perdere tutto? Stacce. Dovevi prendere la metro ma un improvviso acquazzone ha fatto allagare tutte le stazioni? Stacce.

Stacce sotto

“Starci sotto”, in romano, significa fissarsi su qualcosa, che possa essere un hobby, una serie tv o la perfetta dizione in inglese dell’ex sindaca di Roma.

Tajarse

Tagliarsi è un altro di quei modi di dire romani che gli abitanti di Roma utilizzano con disinvoltura, pensando che chiunque li capisca. In realtà “tajarse” vuol dire “morire dalle risate”. È anche molto diffusa l’espressione “che tajo”, cioè “che bello”, “che divertimento”.

Zompà

E infine il verbo che si utilizza per dire di no a qualcosa: “io zompo” significa “io salto” (anche letteralmente). Molto utile quando non avete voglia di uscire né di dare troppe spiegazioni. Quando uno zompa, zompa.

Bonus: qual è la differenza tra “sticazzi” e “mecojoni”?

Infine, una piccola digressione su due modi di dire romani che sono molto utilizzati al di fuori di Roma, ma raramente nel modo giusto. “Sticazzi” è l’espressione romana del disinteresse: “non curiamoci troppo delle conseguenze” ma anche “non me ne importa nulla”. Il “mecojoni”, che tradotto letteralmente non significa quello che pensate ma “mi stai prendendo in giro”, viene utilizzato per esprimere sorpresa, anche in senso ironico. A volte “mecojoni” può essere usato al posto di “sticazzi”, quando la sorpresa è ironica e non vi importa nulla di quanto vi è appena stato detto, ma di certo non potrete usare lo “sticazzi” quando sarete genuinamente sorpresi di apprendere qualcosa. E ora non avete più scuse.


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