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Breve storia della musica afroamericana

Insieme a una dettagliata playlist, questo articolo esplora come la musica nera abbia guidato l’industria musicale che ascoltiamo e amiamo ancora oggi.
Breve storia della musica afroamericana

La cultura afroamericana ha dato il via alla musica negli Stati Uniti e in gran parte del mondo anglofono. Spaziando tra una vasta gamma di generi, dal ragtime al jazz, dal funk all’hip-hop, la musica afroamericana ha influenzato migliaia di artisti per tutto il ventesimo secolo fino ai giorni nostri.

Le origini della musica afroamericana – caratterizzata dalla descrizione delle condizioni dei neri che venivano ridotti in schiavitù – risalgono a prima della guerra civile americana, nel diciannovesimo secolo. In questo articolo ci focalizzeremo principalmente sulla musica registrata dal 1890 in poi. 

Per godervi l’esperienza musicale nel migliore dei modi, vi consigliamo di accompagnare la lettura dell’articolo con l’ascolto della nostra playlist su Spotify, in cui troverete una selezione di brani che rappresentano i diversi stili della musica nera. 

Incontreremo volti noti, come Louis Armstrong ed Ella Fitzgerald, ma anche artisti che, pur non essendo più molto conosciuti, ai loro tempi erano amatissimi dal pubblico.

Insieme ai brani vincitori di Grammy e di premi Pulitzer, molte di queste canzoni sono anche presenti nel National Recording Registry (Registro Nazionale delle Registrazioni), un elenco di registrazioni musicali considerate “culturalmente, storicamente o esteticamente importanti, e che informano o riflettono il modo di vivere negli Stati Uniti”.

Per iniziare, premete play e lasciatevi trasportare in questo ricco viaggio musicale…

La prima musica registrata al mondo

L’influenza della musica nera inizia con le prime registrazioni di musica commerciale. Alla fine del diciannovesimo secolo, George W. Johnson, che in passato era uno schiavo, fu uno dei primi a registrare musica con il fonografo e a metà degli anni Novanta del 1800 produceva già le canzoni più vendute negli Stati Uniti.

All’epoca, la produzione di massa non era fatta di semplici Salva e Condividi e, per questo, il suo successo fu davvero qualcosa di molto più roboante in confronto ad oggi. Le onde sonore dovevano essere registrate su dei cilindri fonografici di cera e facendo funzionare più cilindri contemporaneamente era possibile effettuare tre o quattro registrazioni nello stesso momento.

Pensate che per raggiungere il successo di Johnson, era necessario cantare la stessa canzone cinquanta o più volte al giorno. Johnson riuscì persino a tenere alcune sessioni di registrazione presso il laboratorio di Thomas Edison nel New Jersey. 

In seguitò iniziò a registrare Mamie Smith, la prima artista afroamericana di blues. Nel 1920 entrò nella storia con la canzone Crazy Blues, che vendette oltre un milione di copie in un anno. I vocalizzi dolci e struggenti, tipici dello stile blues, sono un motivo ricorrente delle sue canzoni. Mamie Smith preparò il terreno per Bessie Smith, che divenne l’artista blues più venduta degli anni ’20 e ’30.

Ventesimo secolo: non solo Jazz e Apollo

La musica non sarebbe quella che è oggi senza il jazz, un’invenzione afroamericana. Nato a New Orleans, il jazz si diffuse in diversi angoli del Paese, dando vita alle sonorità più disparate. La sua struttura prevede versi di botta e risposta, poliritmi (ossia una molteplicità di ritmi che si susseguono simultaneamente) e rapide improvvisazioni, e può essere considerato un’evoluzione del blues e del ragtime swing. 

Un tratto distintivo della musica di New Orleans, ancora oggi conosciuta soprattutto per l’ensemble di bande di ottoni, è costituito da strumenti come la tromba, il trombone e la tuba. 

Fu proprio a New Orleans che nacque la Kid Ory’s Original Creole Jazz Band. In tournée da Los Angeles a New York City durante l’epoca del proibizionismo degli anni ’20, divenne una delle prime jazz band a produrre delle registrazioni. 

Sempre nel corso degli anni ’20, Louis Armstrong (che era anche lui di New Orleans) produsse la prima registrazione “scat”. Dal verbo to scatter che significa “gettare a caso”, questa tecnica consiste proprio in un’improvvisazione vocale, in cui alle parole del motivo il cantante sostituisce una serie di sillabe senza senso o di suoni onomatopeici.

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Come per la maggior parte delle grandi invenzioni, sembra che lo scat sia nato per caso. Parlando di un suo brano, Heebie Jeebies, Armstrong disse: “Mi cadde il foglio con il testo – proprio nel bel mezzo del brano… e non volevo fermarmi e rovinare il disco che stava scorrendo in modo così meraviglioso. Così, quando il foglio mi cadde, mi rimisi immediatamente a suonare la tromba e cominciai a fare lo scat. Quando finii il disco sapevo che gli addetti alla registrazione l’avrebbero buttato via, ma con mia grande sorpresa uscirono tutti di corsa dalla cabina di regia e dissero: ‘Tenetelo!’”.

Quando il proibizionismo finì all’inizio degli anni ’30, l’Apollo Theater riaprì i battenti nel quartiere di Harlem, a New York. Dapprima locale con una rigida politica “Whites Only” (solo per bianchi), divenne una mecca culturale e musicale per la comunità nera. All’Apollo si esibirono tutti gli artisti più famosi, da Louis Armstrong a Bessie Smith. Anche la stessa “Queen of Jazz” Ella Fitzgerald, fece il suo debutto in una delle prime Amateur Nights dell’Apol

Nel 1963, James Brown eseguì il suo album dal vivo in questo locale. Nella biografia di Brown, RJ Smith osserva che il disco era “così innovativo da non avere alcun legame con la musica chiamata rhythm and blues. Era la nuova musica soul”. Il disco diede un’impronta decisiva al jazz, al soul e allo swing degli afroamericani. 

Un cambio di narrazione

Man mano che la musica registrata diventava più accessibile, aumentava anche l’influenza degli artisti neri.  Nel 1933, il chitarrista e cantante Lead Belly registrò il brano folk americano Goodnight, Irene.

La canzone era un punto fermo delle sue esibizioni dal vivo, ma non guadagnò popolarità nelle classifiche fino a dopo la sua morte, nel 1950. Il gruppo folk bianco americano, The Weavers, registrò successivamente una versione della canzone, che divenne un successo nazionale e rimase nella classifica delle canzoni più ascoltate per 25 settimane, fino a raggiungere il primo posto per 13 settimane.

I Weavers omisero alcune delle parole di Lead Belly e la rivista Time la definì una versione ‘disidratata’ e ‘abbellita’ dell’originale. Il testo dei Weavers è oggi quello generalmente utilizzato e molti artisti, tra cui Frank Sinatra, hanno fatto una cover della canzone.

Anche la cantante nera Ethel Waters registrò in quel periodo Stormy Weather. Ancora una volta, la canzone fu ripresa da un altro gruppo che ne modificò il testo, prima di essere interpretata da nomi noti come Frank Sinatra e Judy Garland.

Nel 1936, il cantante blues Robert Johnson registrò per tre giorni di fila a San Antonio, in Texas. Johnson, che di solito si esibiva nei juke joint (locali a sud del Paese, gestiti soprattutto da afro-americani, dove si suonava musica, si ballava, beveva e giocava) e nelle strade, produsse 29 canzoni in un solo anno.

Queste canzoni erano l’emblema del genere Delta blues. Purtroppo, il suo talento non venne apprezzato adeguatamente e a 27 anni  venne trovato senza vita sul ciglio della strada. Oggi la sua eredità continua a vivere: la musica di Johnson ha influenzato nuove generazioni di accoliti del blues, tra cui Eric Clapton, Keith Richards e Jimi Hendrix.

Così come la musica afroamericana dell’epoca influenzò altri artisti, anche la politica e i diritti civili influenzarono la musica e,  nel 1939, la cantante jazz Billie Holiday pubblicò Strange Fruit, una canzone di protesta contro il razzismo e il linciaggio dei neri americani:

Southern trees bearing strange fruit (Gli alberi del sud hanno uno strano frutto)
Blood on the leaves and blood at the roots (Sangue sulle foglie e sangue alle radici)
Black bodies swinging in the southern breeze (Corpi neri oscillano nella brezza del sud)
Strange fruit hanging from the poplar trees (Uno strano frutto appeso dagli alberi di pioppo)
Pastoral scene of the gallant south (Scena pastorale del prode sud)
Them big bulging eyes and the twisted mouth (Gli occhi sporgenti e le bocche contorte)
Scent of magnolia, clean and fresh (Profumo di magnolia, dolce e fresco)
Then the sudden smell of burning flesh (Nell’improvviso odore di carne che brucia)
Here is fruit for the crows to pluck (Ecco il frutto che i corvi beccano)
For the rain to gather, for the wind to suck (Che la pioggia coglie, che il vento succhia)
For the sun to rot, for the leaves to drop (Che il sole fa marcire, che gli alberi fanno cadere)
Here is a strange and bitter crop (Ecco un raccolto strano e amaro)


Le donne nere nell’industria musicale hanno continuato a scrivere la storia per tutta la metà del ventesimo secolo. Nel 1944, Sister Rosetta Tharpe pubblicò Down by the Riverside. La canzone metteva in risalto il suo talento pionieristico alla chitarra elettrica, ai quali i musicisti del Rock and Roll si sono ampiamente ispirati. 

Nel 2004 la Library of Congress ha inserito la sua versione del brano nel National Recording Registry, osservando che “la sua chitarra vivace e il suo stile vocale unico sono una chiara influenza sui primi artisti rhythm-and-blues”. La creatività di Tharpe ha influenzato anche la nascita del Rock and Roll come genere musicale, facendole guadagnare il titolo di ‘Madrina del Rock and Roll’.

Motown e lo sviluppo del pop

Con il progredire del ventesimo secolo, aumentò di pari passo l’influenza della musica afroamericana. La Motown (nata a Detroit) era un nuovo genere che racchiudeva musica allegra attraverso uno sviluppo maggiore del soul e del jazz. 

Michael Jackson e i Jackson 5, Marvin Gaye, Stevie Wonder, Aretha Franklin, Diana Ross e innumerevoli altri hanno segnato quest’epoca post-diritti civili. Negli anni ’60 e ’70 furono pubblicate centinaia di canzoni di successo,  dai ritmi orecchiabili e dai testi accattivanti. Molte di queste sono ancora oggi molto ascoltate. In questo periodo nasce inoltre la critica del “whitewashing” (imbiancare) la musica afroamericana. La stessa critica ha alimentato lo sviluppo della musica pop come la conosciamo oggi.

Uno dei primi artisti neri a cui si attribuisce il merito di aver fatto proprio il genere pop è stato il grande Bill Withers, scomparso all’inizio del 2020. La musica che ha prodotto a Los Angeles ha guadagnato notorietà in tutto il mondo grazie ai suoi testi romantici e alla dolcezza della sua chitarra. 

L’album di Withers del 1977, Live at Carnegie Hall, riscosse un notevole favore da parte della critica.  Daryl Easlea della BBC Music ha dichiarato: “È al pari di Live at the Apollo 1962 di James Brown o Amazing Grace di Aretha perché permette di condividere veramente l’esperienza live di un artista ai massimi livelli”. Rolling Stone ha inserito la registrazione nella lista dei 50 migliori album dal vivo. 

Nonostante il successo commerciale, Withers fu osteggiato dall’industria musicale quando gli venne chiesto di registrare una cover di Elvis, dimostrando il tipo di sfide che i musicisti neri si trovano ad affrontare ancora oggi.  “Non faccio cover di Elvis Presley. […] Era un affronto nei miei confronti – di me come uomo. Non capivo perché questo [produttore], che non aveva davvero nulla a che fare con la musica nera, potesse escludermi in questo modo.  Mi dava fastidio. Da allora non ho mai firmato con un’altra casa discografica”, ha dichiarato Withers anni dopo.

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La musica afroamericana negli anni ’90 e ’00

La musica nera continua a influenzare profondamente l’industria musicale. Testi veloci, batterie sintetiche e campioni di dischi preesistenti sono solo alcune delle caratteristiche che si ritrovano nella musica afroamericana commerciale acclamata dalla critica negli anni ’90-’00. 

Un’analisi della canzone di Travis Scott del 2018, SICKO MODE, evidenzia i vari stili e campioni incorporati in questo tormentone, primo nella classifica Billboard. Si nota che prendendo solo tre parole – Gimme the loot (dammi la grana) – da B.I.G. (che campiona anche la canzone di James Brown, Cold Blooded) vengono aggiunti altri 14 produttori alla lunga lista degli accreditati per questo inno estivo!

Per concludere la nostra playlist, abbiamo incluso alcune selezioni musicali degli ultimi 30 anni di R&B, soul, hip-hop, rap, pop e altro ancora. Rilassatevi e godetevi Boyz II Men, The Notorious B.I.G., 
D’Angelo e Beyoncé. Naturalmente non potevamo  non includere un brano tratto dall’album vincitore del premio Pulitzer di Kendrick Lamar, il primo musicista non classico o jazz ad aver vinto questo premio.

La nostra playlist si conclude con i Saint Mela, un collettivo di New York guidato dal cantante Wolf Weston.  Nel 2018 hanno pubblicato il loro album di debutto e nel 2020 il loro secondo EP. Secondo il New York Times i Saint Mela compongono “un indie pop tagliente basato il loro più grande punto di forza: la voce della loro cantante”: è un sound che all’ascolto dovrebbe farvi venire immediatamente voglia di ballare. 

Musica afromericana e non solo…

Nel 1979, il presidente Jimmy Carter dichiarò giugno come il Mese della Musica Nera. “Non farò sentire gli altri Stati inferiori nominando tutti i musicisti neri che provengono dalla Georgia”, scherzò. Trent’anni dopo, il Presidente Barack Obama ha ricordato i modi in cui i musicisti neri hanno aiutato gli Stati Uniti “a ballare, a esprimere la nostra fede con le canzoni, a marciare contro le ingiustizie e a difendere la promessa duratura del nostro Paese di libertà e opportunità per tutti”. 

Che dire del futuro? La disponibilità di software per apparecchiature audio digitali, di microfoni e di sistemi di registrazione in studio ha reso la registrazione e la produzione di musica più accessibile che mai. Questo cambiamento lo vediamo grazie a piattaforme come Soundcloud, che offre agli artisti emergenti la libertà e l’opportunità di caricare gratuitamente le proprie produzioni.

“In passato, l’industria discografica era un modello commerciale verticale in cui una manciata di etichette e il loro rapporto con le radio controllavano la musica che veniva ascoltata dal pubblico. Ora il processo è molto più democratico: se hai qualcosa da dire, hai molte più possibilità di essere ascoltato”, afferma Steven Dewey, membro e produttore dei Saint Mela.

Questo articolo è apparso originariamente nell’edizione inglese di Babbel Magazine.

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