Da “amarcord” a “paparazzo”: le parole inventate da Fellini

Il regista italiano ha sfornato capolavori per decenni e ha influenzato perfino il nostro modo di parlare.
Un gruppo di paparazzi, una delle parole inventate da Fellini

Federico Fellini non è solo uno dei registi più importanti della storia del cinema italiano, ma è anche uno dei registi italiani più conosciuti e acclamati all’estero. Del resto, ben quattro dei suoi film (La strada, Le notti di Cabiria, e Amarcord) hanno vinto l’Oscar per il miglior film in lingua straniera (una categoria in cui l’Italia se l’è sempre cavata molto bene). Fellini ha talmente segnato la storia culturale d’Italia che perfino alcuni dizionari ne hanno riconosciuto il valore: e difatti sono parecchie le parole inventate da Fellini o che dobbiamo al regista romagnolo.

Lo stile dei suoi film è talmente riconoscibile da aver dato luogo a un aggettivo apposito per identificare quelle atmosfere, alla stregua di registi famosissimi come Stanley Kubrick, Quentin Tarantino e David Cronenberg. Quando diciamo “felliniano”, infatti, non ci riferiamo semplicemente a un film di Fellini ma può anche essere che stiamo parlando di un quadro, di un libro o di una situazione che ricorda le atmosfere di un film di Fellini.

È altrettanto interessante notare che la parola “felliniano”, che apparve per la prima volta intorno agli anni ’80, ha superato i nostri confini ed è presente anche in altre lingue, come ad esempio l’inglese (“felliniesque”).

Le parole inventate da Fellini

Federico Fellini ha avuto una lunga e produttiva carriera, durata più di cinquant’anni, nella quale non fece solo il regista ma anche il vignettista satirico, lo sceneggiatore e l’autore radiofonico. Il primo lungometraggio, diretto assieme a Alberto Lattuada e datato 1950, fu un flop commerciale e le cose non andarono meglio con il primo film che girò da solo, “Lo sceicco bianco”.

Le cose presero tutt’altra direzione con il film successivo, “I vitelloni”, che fece conoscere Fellini anche all’estero e che gli valse il Leone d’argento, cioè il premio alla miglior regia, al Festival del cinema di Venezia. Da lì in poi, il successo di Fellini crebbe a dismisura, facendolo diventare uno dei registi più conosciuti al mondo.

Insomma, non è certo un caso, vista la sua rilevanza culturale, che la lingua italiana abbia così tante parole inventate da Fellini, o meglio, così tante parole che dobbiamo a Federico Fellini e ai suoi film.

Dolcevita

“La dolce vita” è un film del 1960 e, al di là dei vari riconoscimenti (premio Oscar ai migliori costumi, candidato all’Oscar per migliore regia, migliore sceneggiatura originale e migliore scenografia nonché Palma d’oro a Cannes) è probabilmente il film di Fellini che ha esercitato (e che tuttora esercita) la maggiore influenza culturale.

La scena della Fontana di Trevi, per esempio, è un tòpos a sé stante, è stata citata allo sfinimento ed è innumerevole la lista di registi che si sono ispirati alle atmosfere del film; tanto per dirne uno, “Manhattan” di Woody Allen richiama “La dolce vita” in moltissimi aspetti.

Anche dal punto di vista linguistico, poi, questo film ha lasciato la sua impronta. Prima di tutto, la locuzione “la dolce vita” viene usata per indicare il periodo che va dalla fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60: anni di vita mondana intensa, nel corso dei quali Roma divenne la “caput mundi” dell’Italia più glamour.

Il film di Fellini ne rappresenta perfettamente le atmosfere di allora, di un’Italia ormai uscita dalla crisi economica e pronta a voltare pagina. Anche oggi, “la dolce vita” viene usato per indicare, in maniera molto generica e specialmente nel mondo pubblicitario, la vita mondana. Si tratta però di un concetto stantìo, il lascito di un’epoca ormai scomparsa.

“La dolce vita”, ad ogni modo, ha dato origine a un altro termine: “dolcevita”, appunto, che è il maglione a collo alto. Secondo alcuni dizionari, il “dolcevita” si chiama così perché è il personaggio interpretato da Marcello Mastroianni a portarlo nel film.

In realtà Mastroianni non lo indossa mai nel film, ma è vero che l’attore portava spesso quel maglione nella vita reale e può essere che, data la centralità di Mastroianni nella “dolce vita” romana, il termine si sia pian piano imposto in questo modo. Non si sa esattamente quando il maglione ha cominciato a chiamarsi “dolcevita”, ma una delle prime apparizioni risale al 1969.

Paparazzo

Non solo “dolcevita”: anche “paparazzo” è una parola che dobbiamo al film “La dolce vita”. Tra le parole inventate da Fellini, “paparazzo” è di gran lunga la più nota al di fuori dell’Italia, tant’è che è stata adottata da tante altre lingue.

La storia di questa parola è molto dibattuta e Fellini stesso ne è responsabile, perché non è mai stata fatta totale chiarezza sulle sue origini (del resto, anche questo mistero è parte del fascino del regista). Ne “La dolce vita”, Paparazzo è il cognome di un fotografo e, tramite antonomasia, questa parola è passata ad indicare un fotoreporter, spesso privo di scrupoli, specializzato negli eventi di tipo mondano e pronto a tutto per scattare una foto da vendere poi alle riviste scandalistiche.

Ma come venne in mente, a Fellini, il cognome Paparazzo? Ci sono almeno tre teorie: secondo Ennio Flaiano, che scrisse con Fellini la sceneggiatura, il nome viene da un personaggio di un libro di George Gessing, chiamato Coriolano Paparazzo; Fellini, che dovrebbe essere il più affidabile ma che amava dare versioni discordanti sul fatto, sosteneva che fosse il cognome di un suo compagno di scuola; Giulietta Masina, sua moglie, raccontò invece che “paparazzo” venne fuori dall’unione di “pappataci” (un insetto simile alla zanzara comune) e “ragazzo”.

Com’è, come non è, anche in virtù del suo suono, la parola ebbe uno straordinario successo. Il termine ha anche dato origine al verbo “paparazzare”, che significa grossomodo “fotografare un personaggio famoso” e viene usato spesso in forma passiva (“Francesco Totti è stato paparazzato con la sua nuova fiamma”).

Felliniano

“Ho sempre sognato di diventare un aggettivo”, disse una volta Fellini, scherzando. La parola “felliniano” fa parte dei nostri dizionari ormai da tempo ed è un’ulteriore testimonianza dell’impronta lasciata dal regista sulla lingua italiana.

“Felliniano” non indica soltanto qualcosa di relativo a Fellini (es. “i personaggi felliniani”) ma anche e soprattutto tutto ciò che ricorda le atmosfere oniriche e surreali, a tratti grottesche, dei suoi film. Un film, naturalmente, può essere “felliniano”, ma anche un’attrice, una ripresa, un finale. A volte, alcuni critici hanno utilizzato l’aggettivo “felliniano” come sinonimo di “disimpegnato”, sebbene i film di Fellini siano disimpegnati politicamente solo ad uno sguardo superficiale.

Vitellone

Anche se forse non è tra le parole inventate da Fellini che sono invecchiate meglio, il termine “vitellone” nel senso di “giovane di provincia senza aspirazioni, che passa il suo tempo facendo baldoria” è entrato nel nostro vocabolario.

Il film “I vitelloni” fu il primo grande successo di Federico Fellini e, come tutti i grandi classici del regista, ha dato origine a delle scene memorabili che sono state riprese e imitate da tanti registi venuti dopo Fellini. I protagonisti sono cinque ragazzi sfaccendati: i vitelloni, appunto. Non si tratta di un concetto inventato dal regista, comunque; Fellini ha però preso in prestito questa espressione regionale e l’ha fatta conoscere a tutto il Paese.

Amarcord

Chiudiamo la rassegna delle parole inventate da Fellini con una che ha avuto molta fortuna e che viene tuttora utilizzata molto spesso. “Amarcord”, film che uscì nel 1973, ripercorre le memorie infantili del regista: tutto il film, più che ogni altra opera di Fellini è pervaso dalle atmosfere oniriche che abbiamo già descritto. “Amarcord” viene dal romagnolo “a m’arcord”, cioè “mi ricordo”. Non è una novità, ma anche sull’origine di questa parola non c’è un consenso universale.

In realtà, raccontò il poeta Tonino Guerra qualche anno fa a Repubblica, il titolo venne scelto per l’assonanza con l’amaro Cora, che era ciò che ordinavano i ricchi entrando al bar.

Quel che più conta è che questo termine è oggi ben presente nel nostro lessico. Il significato di “amarcord” è “rievocazione nostalgica del passato” e dagli anni ’70 ad oggi la parola ha preso varie e nuove sfumature. Per esempio, la si può utilizzare anche in senso ironico, come quando si vuole prendere in giro qualcuno che è troppo ancorata/o al passato e vive solo di ricordi.

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