Dall’Italia con l’errore: ovvero, le parole italiane che i brasiliani spesso sbagliano o si inventano.

Nel portoghese brasiliano vengono usate tante parole italiane con un’ortografia decisamente… fantasiosa! Vediamo assieme alcuni esempi!
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Dall’Italia con l’errore: ovvero, le parole italiane che i brasiliani spesso sbagliano o si inventano.

IIlustrazione di Mateo Correal

Il fascino dell’Italia e dell’italiano è talmente irresistibile da far venire spesso voglia ai brasiliani di inserire, qua e là, nei loro discorsi, una parolina nella nostra lingua. Ma sarà sempre corretta? Vediamo alcuni degli errori di traduzione più comuni e fantasiosi.
Vi ricordate quella scena di “Quo Vado?” in cui Checco Zalone, emigrato in Norvegia, e attanagliato dalla nostalgia di casa, litiga con il proprietario di un ristorante italiano, urlandogli contro: “Non si scrive l’Italia invano?
Non immaginate quante volte, qui in Brasile, mi sia già venuto in mente di fare come Checco e di urlare: “Non si scrive l’italiano invano!“. Conscia del fatto che nessuno però mi capirebbe, ho deciso di confidarmi con voi. E di raccontarvi le storie delle parole italiane che i brasiliani amano usare con più frequenza. Generalmente, sbagliandole. O inventandole.

C’erano una volte le doppie.

Sapete che nelle pizarie qui a San Paolo non si mangia per niente male? Come antipasto si può ordinare una bruscheta meravigliosa. Poi, oltre alla pizza, servono anche tanti altri piatti: una bella bisteca per esempio. Oppure le bavete della casa, gli spagheti alla putanesca, i caneloni di ricota o i capellini in brodo.
Non so quanto voi siate impressionabili, ma io, a questo punto, è come se me li vedessi galleggiare davanti: corti, biondi, crespi, lisci o ricci, dentro un’acquetta torbida. L’immagine dei capellini in brodo è troppo forte anche per me, che vivo qui da tanti anni e ahimè non riesco ancora ad abituarmici.

“Quale piza desidera?”
“Quella con due zeta, ho visto che (forse per caso) ce l’avevate in menù, giusto?”
“Ah sì, che coincidenza. È la preferita dai nostri clienti italiani.”
“E io che credevo che ordinassero tutti i capellini! Prima del conto poi mi può portare anche un capucino? Quello purtroppo con una “c” sola. L’altra dev’essere annegata per il dispiacere. Grazie.”

Cappuccino dopo il pasto, avete capito bene. Devo fingere anche a me stessa di non essere italiana, per non cader nella tentazione di chiedere al ristoratore un bel cacciavite e una scala. Proprio come nel film di Checco. Tanto non capirebbe.

Ma perche, vi chiederete, qui fanno tutti questi errori?

Molte parole italiane, che riguardano soprattutto il cibo, ma non solo (come: mama, nono, nona, che corrispondono a mamma, nonno e nonna, in italiano), spesso vengono scritte con una consonante sola. A discolpa dei simpatici brasiliani è corretto specificare che la loro lingua non raddoppia molte consonanti, se non ad esempio:

  • RR (carro, horror, error..) che si legge come la H aspirata in inglese;
  • SS (associaçao, osso, assimetria..);
  • CC (coccige, confeccionar, infeccioso..), termini generalmente di origine dotta.

Per questo i madrelingua portoghese fanno molta fatica a percepire la differenza tra una consonante doppia e una singola. E infatti sbagliano anche al contrario: tanto quanto tolgono consonanti dove servono, ne aggiungono a iosa anche dove non ce n’è bisogno. Ad esempio?

  • gnocchi = gnoccchi (ho le prove, di solito fotografo i menù più folcloristici);
  • parmigiano = parmiggiano;
  • tiramisù = tiramissù;
  • cioccolata = cioccolatta;
  • Luca = Lucca.

Direi che a questo punto siamo pronti per passare al nostro secondo racconto.

C’era una volta Luca.

E poi Pietro.
E Salvatore.
E Luigi.

E ci sono ancora, ma non sono soli. Anzi, sono in ottima compagnia. Negli ultimi anni sono nati anche tanti Lucca, Piettro, Salvattore e Luiggi. Insomma, come dice un noto proverbio italiano: a chi troppo e a chi niente. La regola che riguarda i nomi propri, che derivano dalla nostra lingua, sembra suggerire che più consonanti aggiungi, più italiano sei.

C’era volta il caos: una lettera I che si sentiva una E e una E che si sentiva I.

“Io parlo italiano, capisce?”
“Mmmh no, non capisco.”
“Ma figurate, tu sei italiano!”

In portoghese, la consonante E alla fine di una parola si legge sempre I. Per questo quando un brasiliano sente pronunciare una parola che finisce con I in italiano crede che la stessa si scriva con la E.
Si narra che un giorno , un assennato accademico della Crusca, in vacanza a Rio de Janeiro, infastidito dai troppi errori, decise che era giunto il momento di svelare a tutti l’arcano: “Udite, udite. La I finale in italiano si scrive e si legge sempre I”. Certamente commise un errore di valutazione, quando gli sembrò superfluo specificare che invece la lettera E finale continuava a scriversi e a pronunciarsi sempre E.
Da quel momento, nei menù di rinomati ristoranti italiani, accanto alle zucchine, alle fettuccine e alle linguine, iniziarono a comparire anche i zucchini, i fettuccini e i linguini. La delusione fu tale che il rinomato dottore decise di tradire la toga per le onde (e le curve) di Leblon.
Scherzi a parte, quel che c’è di reale in questa storia è il caos che continua a regnar sovrano quando si trascrivono in portoghese parole italiane che finiscono con la I o con la E. Per questo, qualora vi ritrovaste a rispondere alla domanda di prima, vi suggerirei di farlo così:

“Io parlo italiano, capisce?”
“Certo (capisco).”
“Eh figurate, tu sei italiano!”

Figurate! Vero, chi tace acconsente, ma almeno non confonde.

C’era una volta una palha che si credeva italiana.

Quest’ultimo esempio riguarda una parola che non è soltanto scritta sbagliata in portoghese,  quando tradotta dall’italiano. Ma che non ha proprio una traduzione, perché nella nostra lingua non esiste, benché lei sostenga di essere italiana. È un’invenzione dei brasilani.
Scena classica, di cui potreste essere voi i protagonisti, quindi preparatevi.
Siete in coda alla cassa del supermercato, in compagnia di un influencer della vostra vita. Non la Ferragni o Fedez, per intenderci, ma il vostro capo, la vostra nuova fiamma o la commessa che distribuisce i bollini della raccolta punti. Insomma, qualcuno che potrebbe influenzare una promozione, la vita sentimentale o la conquista della nuova pirofila in acciao inox.
Generalmente lei è là, che vi aspetta alla cassa, pronta a tendervi un tranello, proprio quando state per appoggiare i prodotti sul nastro trasportatore e tutto sembrava essere filato liscio.

Era da tanto che volevo chiederlo a qualcuno, ma è vero che la palha italiana… è italiana?” vi chiedono in coro il capo, la fiamma e la commessa.

Preso alla sprovvista, il vostro cervello, in assenza di altri input, si comporta come una Treccani, che sfoglia le sue pagine in cerca di una definizione.
Ma palha, che si pronuncia “paglia”, oltre a ricordarvi la stalla di Betlemme (che no, certamente non è in Italia) e quel pacchetto di sigarette che domani smetterete di fumare, non vi fa venire in mente niente che sia stato prodotto nel nostro paese.
Voi, che eravate pronti a rispondere a qualsiasi domanda sulla Nutella e la sua ricetta segreta, vi ritrovate senza parole di fronte a quel prodotto a forma di quadratino preconfezionato. Che somiglia a un wafer, ma probabilmente non lo è; che sembra contenere cioccolato, ma probabilmente non lo contiene. Non sapete come uscirne. Io, che ci sono passata molte volte, vi consiglio un piano di azione in due mosse.

  1. Date un rapido sguardo agli ingredienti, dichiarandovi estremamente allergici a ognuno di loro. Potreste morire anche solo toccando il pacchetto. Otterrete pacche sulle spalle, baci e qualche bollino in più, dai vostri influencer inteneriti.
  2. Poi decidete voi se comprarla o no, la palha, per provarla almeno una volta nella vita. A me i bugiardi non sono mai piaciuti, quindi ad oggi non so ancora dirvi che sapore abbia. Però, per i più curiosi, ho cercato la ricetta su internet: la palha italiana è un dolce brasiliano contenente panna, brigadeiro (una specie di cioccolato locale), biscotti, zucchero, burro e latte condensato. Insomma, una vera bomba. Che certamente non è stata fabbricata dai nostri soldati.

Questi sono soltanto alcuni esempi di parole italiane trascritte sbagliate in portoghese, o inventate di sana pianta dai brasiliani, e diventate parte del loro linguaggio comune. Più migliorerete la vostra conoscenza della lingua e più sarà facile identificarle. Buon divertimento!

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