Dal meneghino al napoletano: l’Italia attraverso la canzone in dialetto

State studiando l’italiano? Per comprendere al meglio l’anima di questa lingua è bene immergersi anche nei suo dialetti. Ecco dove scovarli nelle canzoni di ieri e di oggi
Dal meneghino al napoletano: l’Italia attraverso la canzone in dialetto

Chi è stato anche solo una volta in Italia sa bene quanto lo Stivale sia il Paese dei dialetti e non solo nel senso che ne esistono tanti: soprattutto in alcune zone gli idiomi regionali si parlano ancora e un po’ in tutto il territorio nazionale i termini dialettali colorano le conversazioni piuttosto di frequente. E non solo quelle: tale varietà linguistica caratterizza anche i repertori musicali di molti artisti italiani di ieri e di oggi, repertori che possono, dunque, diventare un mezzo divertente per avvicinarsi alle parlate locali diffuse nelle varie regioni. Nella convinzione che la canzone in dialetto sia un patrimonio da non dimenticare.

CAMPANIA

Iniziamo dalla regione dove dialetto e musica si sono intrecciati più spesso, la Campania: è qui che è nato uno dei personaggi più iconici della scena musicale italiana, Nino D’Angelo. Jammo Jà, letteralmente «andiamo dai», è il titolo della canzone che presentò al Festival di Sanremo nel 2010 in duetto con Maria Nazionale, ma è negli anni 80 che il nostro ha dato il meglio di sé, basti ricordare il successo di ‘Nu jeans e ‘na maglietta. «Nu jeans e na maglietta / ’na faccia acqua e sapone / m’ha fatte nnammura’ / ma tu me daje retta / dice ca si guagliona / e nun’ha tiene ancora / l’eta’ pe ffa’ ll’ammore», cantava lo «scugnizzo» oggi 63enne in questo pezzo diventato anche un film. Riuscite a tradurre in italiano?


Sempre da Napoli arrivava il compianto Pino Daniele, di cui consigliamo l’ascolto di Terra mia, suo disco di debutto del ’77 di cui fa parte Na’ tazzulella è cafè:

«Na’ tazzulella è cafè / e mai niente cè fanno sapè / nui cè puzzammo e famme, o sanno tutte quante / e invece e c’aiutà c’abboffano è cafè»; «Una tazzina di caffè / e non ci fanno mai sapere niente / noi moriamo di fame, lo sanno tutti quanti / e invece di aiutarci ci riempiono di caffè».

E proprio a Daniele si lega l’attività di James Senese e dei suoi Napoli Centrale, gruppo in cui l’autore di Terra mia e Je so’ pazzo militò nel ’78 e che nel 2016 ha vinto la Targa Tenco per il miglior album in dialetto con ‘O Sanghe: se non conoscete dategli una chance, merita. Da non dimenticare, poi, Enzo Gragnaniello, autore egregio di cui vi suggeriamo l’intensa interpretazione della sua Cu ‘mme con Roberto Murolo e Mia Martini: «Ah, comme se fà, a dà turmiento a ll’anema ca vo’ vula’? Si tu nun scinne ‘nfunno, nun ‘o può sapé!», recita il ritornello; «Ah, come si fa, a dar tormento all’anima che vuol volar? Se tu non tocchi il fondo, non lo puoi saper!».

Ma l’elenco degli artisti campani che hanno scelto la strada del dialetto è lungo, si va da Teresa De Sio a Enzo Avitabile, da Edoardo Bennato al fratello Eugenio, che con Peppe Barra e altri fa parte della Nuova Compagnia di Canto Popolare, un’istituzione nell’ambito della canzone napoletana. La quale ha a più riprese conquistato anche giovani e giovanissimi abbracciando gli stili e i generi più diversi, negli anni 90 con i 99 Posse, gli Almamegretta di Raiz e i 24 Grana, poi con i Co’Sang di Chi more pe’ mme e più di recente con il fenomeno Liberato, rapper di cui non si conosce l’identità, esploso nel 2017 con Nove maggio (qui con i sottotitoli).

LAZIO

Anche Roma vanta una ricca tradizione di musica in dialetto che affonda le radici in stornelli romaneschi come “Roma nun fa la stupida stasera”, “Barcarolo romano” e “La società de li magnaccioni”, interpretati, tra gli altri, da Nino Manfredi e Lea Massari, Gabriella Ferri, Lando Fiorini e Claudio Villa. Ma per avvicinarsi alla parlata romana sono perfette anche “Nun je dà retta Roma” di Gigi Proietti e Me ‘nnamoro de te di Franco Califano, dall’amato album Tutto il resto è noia del 1977.

Non bastasse, termini tipici del dialetto romano si trovano nell’hip hop dei Colle der Fomento, in alcune canzoni di Mannarino (tra cui “Me so’ mbriacato”), nel disco del 2018 Roma è de tutti di Luca Barbarossa (Passame er sale), nell’autoironica “Testardo” di Daniele Silvestri così come nel repertorio di due folk-rock band quali Il Muro del Canto e gli Ardecore. Mentre in tempi più recenti si sono dati al romanesco il 25enne Ultimo con “Fatemè cantà” ed Emma Marrone e Gianni Bismark con “C’hai ragione tu”: «Me stai a di’ solo fregnacce, t’ho visto co’ quella, non vedi che è tutta moine, co’ te che c’azzecca?».

LOMBARDIA


E Milano? Nella città della moda a parlare in meneghino sono rimasti solo pochi anziani, ma certe espressioni dialettali tornano. Per scoprirne qualcuna potete affidarvi a Enzo Jannacci, in particolare al suo album d’esordio del ’64 contenente uno dei suoi capolavori, El portava i scarp del tennis, commovente ritratto della vita di un senzatetto. O ancora, a I Gufi, formazione in cui militava Nanni Svampa, che oltre ad aver pubblicato un’Antologia della canzone lombarda ha tradotto in dialetto milanese le canzoni del grande George Brassens, e con risultati interessanti: provate a paragonare i testi di L’era un bel fior e di Une jeulie fleur.

Quanto a Oh mia bela Madunina, la canzone-simbolo di Milano datata 1934, è di Giovanni D’Anzi e si apre così:

«A diesen la canzon la nass a Napuli / e certa cament g’han minga tutti i tort / Surriento, Margellina tucc’i popoli / i avran cantà on milion de volt / mi speri che se offendera nissun / se parlom un cicin anca de num»; «Dicono che la canzone nasce a Napoli / e francamente non hanno tuti i torti / Sorrento, Margellina tutti popoli / l’avranno cantata milioni di volte / io spero che non si offenderà nessuno / se parliamo un poco anche di noi».

E ANCORA…

Restando al Nord, il nostro viaggio cultural-linguistico può continuare con i brani di Davide Van De Sfroos in laghée , il dialetto diffuso sulla sponda occidentale del Lago di Como: tra questi, Yanez, classificatosi quarto a Sanremo 2011. Ma anche con quelli in veneto dei Pitura Freska, 16esimi a Sanremo ’97 con l’inno antirazzista in levare Papa nero («Parché ‘se scrito, dito, stradito dai oràcoi ‘la piòvra perdarà i tentàcoi e cascarà i tabù col penùltimo Gesù e el sarà un òmo dal continente nero»).

Mentre al Sud spiccano la dancehall in salentino dei Sud Sound System per la Puglia (la loro Le radici ca tieni è contagiosa) e, per la Sicilia, il Cesare Basile di U fujutu su nesci chi fa?, il trombettista-cantante Roy Paci (qui la sua interpretazione del classico Ciuri Ciuri con gli Aretuska) e pure Franco Battiato, che nel suo disco del ’79 L’era del cinghiale bianco inserì un pezzo in catanese sull’amore in tempi di guerra, Stranizza d’amuri:

«Man manu ca passunu i jonna sta frevi mi trasi ‘nda ll’ossa, ‘ccu tuttu ca fora c’è ‘a guerra mi sentu stranizza d’amuri… l’amuri», «man mano che passano i giorni questa febbre mi entra nelle ossa, anche se fuori c’è la guerra mi sento una stranezza d’amore… l’amore».

Non è tutto, note e dialetti hanno dialogato anche in Disamparados, album dei sardi Tazenda in cui brilla la title track portata a Sanremo nello stesso anno in una versione in italiano con il cantautore Pierangelo Bertoli. Il quale, a sua volta, nel 1978 aveva inciso un intero disco in modenese dal titolo S’at ven in meint (Cosa ti viene in mente?).

Senza scordare il capolavoro di Fabrizio De André Crêuza de mä, del 1984, giocato su un genovese in parte immaginato, frutto degli scambi tra marinai e commercianti nel Mediterraneo e dunque ricco di influenze greche, francesi, spagnole, arabe. Un pot-pourri di culture tenuto insieme da quella «crêuza de mä» o «viottolo di mare» che dà il nome al disco: a questo link la traccia omonima con la traduzione in italiano.

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