Alcune espressioni vernacolari della Toscana

Una bella lista di espressioni toscane da imparare subito per arricchire la vostra conoscenza sui dialetti italiani!
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Alcune espressioni vernacolari della Toscana

Illustrazione di Eleonora Antonioni

Ho già scritto sul tema in versione milanese, provo ora a raccontarvi – direttamente da una spiaggia che dà sul mar Tirreno – alcune espressioni vernacolari toscane, modi di dire e proverbi; ma prima, è necessaria una breve premessa. In questo caso non sono i miei nonni a soccorrermi, ma il ricordo della mia maestra della scuola elementare, pisana – i suoi insegnamenti sono stati indimenticabili e indimenticati: posso vantarmi di aver vissuto di rendita fino agli anni universitari. E poi certo, buona parte di ciò che condividerò qui, la devo (anche) alle lunghe estati in Toscana e agli amici, autoctoni di luoghi molto amati, con cui mi sono naturalmente confrontata (grazie).

C’è una seconda cosa da ricordare, è ben nota e forse non ci sarebbe nemmeno bisogno di scriverlo, ma repetita iuvant: il dialetto toscano è quello che più di ogni altro ha dato fondamenta alla lingua italiana; siamo riconoscenti a Dante, Petrarca e Boccaccio, come a Machiavelli, Guicciardini e ai molti altri letterati che, nel tempo, contribuirono con le loro opere a conferire ai dialetti toscani la dignità di lingua letteraria d’Italia. Secoli dopo, persino il milanesissimo Alessandro Manzoni, interveniva nella lunga querelle che vedeva contrapposte due posizioni: una che rintracciava la nascita della lingua italiana sulla base di un unico dialetto (toscano, siciliano e bolognese nel secolo XIII avevano già un’importante tradizione letteraria); l’altra che auspicava invece l’elaborazione intellettuale e formale di una nuova lingua, capace di cogliere il meglio delle varie parlate italiane. Per Manzoni, l’italiano doveva adeguarsi a un unico dialetto, quello toscano – in particolare al fiorentino – tanto da decidere di «sciacquar i panni in Arno» per la stesura definitiva dei suoi Promessi Sposi.

Qualche piccola regola fondamentale

Non esiste un toscano ‘omogeneo’, da qui la difficoltà di una compiuta descrizione d’insieme. Essenzialmente, i dialetti toscani – meglio sarebbe chiamarli vernacoli – si presentano in molte varietà e, soprattutto, si parlano. È proprio la parlata a caratterizzarli. Una cifra che tutti questi vernacoli hanno in comune, in modo più o meno pronunciato, è senza dubbio una certa tendenza all’indebolimento consonantico. Si pensi innanzitutto a quel fenomeno fonetico chiamato gorgia, o spirantizzazione, ovvero il frequente processo di indebolimento delle occlusive: avete presente l’affievolirsi della consonante c (/k/) o addirittura, in certe zone, la sua scomparsa (es. ami’o per amico)? Graficamente questo fenomeno viene indicato con un apostrofo, e pronunciata una [h] aspirata. Chiaramente vi sono sono eccezioni, ma provate voi a ‘sciogliere la lingua’ così: ho bevuto la Coca Cola con la cannuccia corta corta.

Tra le altre specificità segnaliamo subito la negazione non, che viene spesso modificata in ‘un.
Esempio fiorentino, in uso anche in italiano: se ‘un si va all’Arno, ‘un si vede l’Arno! Se non si va, non si vede. Significa che è necessario ‘toccare con mano’ le cose, verificare in prima persona le situazioni per poterle comprendere e valutare ‘a modo’. Ovunque è diffuso l’uso di punto a significare per nulla, affatto, nessuno: ‘un mi piace punto (lett. non mi piace per niente).

In contesti informali e colloquiali si usa (spesso) te al posto di tu – in italiano è un errore da ‘segnare in blu’ – e il raddoppiamento dei pronomi personali dativi: te ci vai? A me mi garberebbe un monte (o dimorto)! Invece di Tu ci vai? A me piacerebbe molto! Infine, il pronome personale noi, viene per lo più sostituito o rinforzato da un si impersonale: si va a mangiare, noi si va là – et cetera. Potreste poi sentire un tipico ‘botta e risposta’ cantilenato: s’ha a dì d’andà? – Tu m’ha a dì ndo! (lett. diciamo – decidiamo di andare? –  mi devi dire tu dove!). Che s’ha a’ ire? O anche: si batte il sandalo? Sono tutti modi per sollecitare un movimento da o verso un luogo (es. il rientro a casa dopo una cena fuori). Il primo deriva direttamente dal latino (ire : andare); il secondo è usato soprattutto d’estate al mare, quando per rientrare dalla spiaggia, si suole sbattere sandali e calzature per rimuovere la sabbia; in un senso più esteso: è il momento di andare (verosimilmente, a desinare).

Ora, non è il caso di addentrarsi oltre in questioni prettamente linguistiche: se vi interessa approfondire l’argomento, date un’occhiata alla voce relativa sull’Enciclopedia Treccani.

Alcune parole che sentirete usare spesso

Il bischero, il ganzo e il Breghi

Un po’ ovunque, ma in particolare a Firenze, una delle espressioni più diffuse e note è l’appellativo bischero, con cui si apostrofa una persona ingenua, o non molto sveglia. Il tono e il contesto, in questo caso, dicono molto più della parola: si usa sia come saluto scherzoso tra amici, ma può anche diventare un insulto pungente. Le interpretazioni dell’origine della parola sono diverse e molteplici.
Tra tutte, io preferisco senza dubbio quella che racconta una storia e fa risalire questa parola a una targa posta a Santa Maria del Fiore – la celebre Cattedrale di Fiorenza – che recita «Lotto dei Bischeri», e si riferisce a un’influente quanto avida famiglia di mercanti fiorentini: si narra che, alla fine del secolo XIII, questa famiglia si rifiutò di vendere al comune alcuni dei loro terreni per la costruzione della nuova basilica voluta dalle autorità cittadine, che anni dopo fu comunque edificata sulle antiche fondamenta di Santa Reparata. Al ‘gran rifuto‘ (maldestramente strategico, invero, mosso dalla speranza di trattare sul prezzo, per far salire la quotazione) seguì così l’esproprio forzoso delle terre.
I Bischeri si credevano volpi, ma non sono certo stati molto lungimiranti; insomma, han fatto proprio una bischerata!

Questa parola si ritrova così in molti detti: i «quindici minuti di celebrità» che Andy Warhol sembra aver profetizzato, diventano il quarto d’ora del bischero, un momento più o meno lungo di stupidera; si usa anche dire fare/andare a bischero sciorto quando si decide di comportarsi in maniera sciocca e andarne fieri. Attenzione, perché tra bischeri s’annusano; non son mai soli, si riconoscono e s’intendono. Tre volte bòno vol di’ bischero è la versione toscana del milanese bun e cujun: se si è troppo buoni, si rischia di passare per sciocchi. A Siena, si dice che a fa’ di bene a ciuchi si rimedia pedate, per suggerire che comportarsi bene con persone stupide è controproducente. Spesso, la ragione gl’è de’bischeri, in italiano la ragione si dà ai matti, ma in fondo, significa lo stesso. Esiste poi un riferimento a una specie di arbusto che cresce in zone paludose, il bischero di palude, e uno all’anatomia dell’apparato sessuale maschile. Infine ricordate che tutte le mattine s’alzano un furbo e un bischero – se s’incontrano, l’affare è fatto! Uno che bischero invece non è, risponderebbe pronto: a me ‘un mi incicci! (lett: non me la fai, non mi convinci).

Dal bischero, passiamo al ganzo, appellativo che si riferisce a qualcuno (o a qualcosa) capace di stupire o attirare consenso e favore. Questo aggettivo ha un diverso risvolto e può indicare l’amante come l’innamorato. Il Breghi invece è il ‘solito ignoto’, un generico «Tal dei tali» cui si addossa ironicamente la responsabilità di un’azione, quando non se ne conosce il vero attore (di solito, il colpevole): chevvòi ne sappia io, sarà stato il Breghi! Cosa vuoi ne sappia io, sarà stato Tizio, Caio o Sempronio!

I’ tòni

C’è un’altra parola che mi ha sempre affascinata, per le molte storie che le sono cucite intorno: i’tòni. Cos’è? La tuta da ginnastica! Le ipotesi etimologiche sono diverse. Sembra che l’origine della parola rimandi a Toni, diminutivo di Antonio: un tipo sempliciotto e credulone, sciatto nel vestire, o un pagliaccio. Altri sostengono che T.O.N.I. fosse l’acronimo di «Tuta Olimpica Nazionale Italiana», una scritta sulla divisa sportiva (confezionata nella Città del Giglio – un caso?) per i Giochi Olimpici di Berlino nel 1936. La versione più accreditata e diffusa è quella che riconduce invece alla sigla TO N.Y. cucita sulle tute dei soldati americani di stanza a Firenze alla fine della Seconda Guerra, a indicare il ritorno a casa: To New York. A quanto pare, quelle tute non ritornarono mai negli Stati Uniti, ma rivendute al mercato di San Lorenzo come abiti usati. La conseguente italianizzazione (tony > toni) e identificazione con la comoda uniforme militare divenne così del tutto naturale. Per approfondire, l’Accademia della Crusca ne scrive puntualmente e ben più diffusamente.

Qualche proverbio e altri modi di dire

Avete mai sentito dire che il grano (la farina) del diavolo va tutto in crusca? Significa che tutto ciò che si ottiene in modo disonesto è destinato a ritorcersi contro chi ha agito in malafede. Se in Italia si usa dire uscire dai gangheri (lett. uscire dai cardini) per descrivere un impeto d’ira o la perdita della pazienza, in Toscana si dà il gesso ai gangheri quando si fa una cosa inutile; caricarsi di legna verde è un altro modo per descrivere il farsi carico di fastidi inutili o brighe da nulla (avete mai sentito chiamare qualcuno attaccabrighe? Ecco). In italiano dà l’idea di un individuo che molesta qualcun altro per delle quisquillie, provocando con inutili pretesti. Fare le cose alla sanfasò significa fare le cose in modo superficiale, ‘alla carlona’ o ‘alla valà che vai bene’ (in milanese) ovvero: così tanto per fare (in italiano). A Pisa, le cose fatte male sono abborciate.

Chi di gallina nasce, convien che razzoli è un modo per indicare quanto l’ambiente familiare e l’educazione ricevuta condiziona in modo determinante i comportamenti di un individuo. Aver le cheche (pron.‘he’he) per i fiorentini significa avere strane idee in testa o bizzarre fantasie erotiche, e comportarsi di conseguenza, in modo che queste risultino evidenti. In alcuni casi, può altresì indicare un momento di confusione mentale che porta a far discorsi nonsense.

Questione di campanili

Ci sarebbe moltissimo da dire sull’accesa, storica rivalità campanilistica tra Pisa e Livorno, gli uni bersagli degli altri e viceversa: stoccate reciproche, epiteti infocati, ai limiti della ‘tenzon cortese‘.
Lo stesso Dante, guelfo fiorentino, esprime una ferma condanna nei confronti della rivale città ghibellina attraverso l’invettiva del Conte Ugolino: «Ahi, Pisa, vituperio delle genti / del bel paese là dove ‘l sì suona». (Commedia, Inferno XXXIII, 79-80). E anche con la vicina Lucca, idillio certo non è.

Una tipica espressione della lucchesia? Far come i ladri di Pisa, quelli che durante il giorno fingono di litigare all’ombra del Campanile (sì, proprio la Torre pendente), e la notte vanno a rubare insieme. Si dice di persone che non vanno d’accordo, eppure continuano a frequentarsi. Diffuso in tutta la regione è anche il detto star coi frati e zappar l’orto per descrivere l’atteggiamento di chi non sa prendere una posizione, dando ragione a tutti. Un’altra espressione della Valdarno è ‘un si frigge mi’a coll’aqua! A dire che non si bada a spese, che ci si tratta bene.

A Pisa una persona sciocca, da buggerare (lett. prendere in giro) è un grullo o un brodo. Se boia! è un’interiezione tipica di tutta la Toscana; la variante boia dé! è invece la più comune a Livorno, ma non se ne rintraccia un significato specifico, che potrebbe essere un semplice accidenti! Presumibilmente, il lemma d’origine poteva essere rintracciato in una contrazione di madié presente anche in lombardo (mio Dio) e provenzale (mon Dieu). Il Manzoni, ancora lui, sostiene fosse una ‘formula di giuramento’ entrata poi in uso nel discorso.

Dopo essere andata pe’ le bu’e, o meglio, dopo essermi avventurata in questo incerto e difficile percorso, ce ne sarebbe ancora pe’tutti se l’oste ne cocesse! ovvero: si potrebbe continuare ancora a lungo

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