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Perché esistono i tabù

Che lo sappiate o meno, il nostro vocabolario è pieno zeppo di tabù, ovvero di parole e frasi che evitiamo pronunciare.
Perché esistono i tabù

Gli argomenti tabù sono dettati dalla nostra cultura e da regole di cortesia e lo stesso vale, ovviamente, per le parole tabù. Per esempio, imprecare in presenza dei nostri nonni potrebbe considerarsi alla stregua di un tabù. Infrangere un tabù nell’epoca moderna significa generalmente passare per poco delicati, per dei maleducati o peggio ancora.

Ma non è sempre è stato così. Sebbene certe proibizioni culturali siano sempre esistite, alcune avevano una vocazione prettamente religiosa o magica. Le parole erano considerate come intrise di un potere reale, pertanto infrangere un tabù poteva portare a conseguenze disastrose per chi lo faceva. 

Le persone hanno così escogitato tantissimi modi ingegnosi per riferirsi a qualcosa senza nominarla veramente ed evitare così parole e argomenti tabù. A volte queste parole o frasi eufemistiche sono rimaste in circolazione così a lungo da diventare “deformazioni di tabù”, cioè termini di uso comune per descrivere quei determinati oggetti. Ciò significa che, pur non essendone consapevoli, ci sono cose che nominiamo tutti i giorni che in realtà derivano da dei tabù. Esistono poi ovviamente anche un sacco di tabù che evitiamo di rompere per cortesia. Immergendosi nella storia degli argomenti tabù è incredibile scoprire quanto il fatto di evitare di dire certe cose abbia finito per modellare la lingua.

Cos’è un tabù?

Il termine “tabù”, come probabilmente è intuibile già al primo sguardo, non è di origine italiana: è infatti un prestito da una lingua polinesiana – per la precisione, dal tongano – che peraltro dovrebbe essere scritto, a voler essere precisi, tapu. In inglese è stata usata nella prima volta nel 1777 dall’esploratore britannico James Cook nel suo libro A Voyage To The Pacific Ocean:

La parola tabù si applica indistintamente sia a persone che a cose, quindi: gli indigeni sono tabù, la baia è tabù, ecc. Questa parola esprime inoltre qualsiasi cosa sacra, venerabile o degna di rispetto.

Secondo questa definizione, un “tabù” può riferirsi sia a cose molto buone che molto cattive, ma la parola si è poi evoluta verso un’accezione quasi esclusivamente negativa. Nel suo significato più comune indica qualcosa di “proibito”.

Gli argomenti tabù più comuni

Sono tantissime le ragioni per cui le parole possono diventare dei tabù e, di conseguenza, esistono molti modi per evitarle. La maggior parte dei tabù linguistici possono venire classificati in diversi gruppi.

Tabù linguistico-religiosi

Non c’è da sorprendersi del fatto che i più antichi tabù linguistici esistenti siano quelli legati alla religione. Per esempio, anche l’origine della parola tabù appena vista è direttamente connessa a una religione: quella del popolo tongano. Anche perché, fondamentalmente, ritenere che il solo dire qualcosa porti a delle conseguenze significa credere in un qualche potere che le causerà.

Il tabù più comune è quello di non pronunciare i nomi delle divinità. Nella religione ebraica, ad esempio, esistono regole su come scrivere o pronunciare il nome di Dio che si basano su uno dei 10 comandamenti della Bibbia: “Non nominare il nome di Dio invano”. A seconda delle convinzioni di una persona, questa regola può raggiungere diversi estremi: alcuni ebrei osservanti evitano semplicemente di pronunciare il nome di Dio in ebraico, mentre altri estendono la regola anche alle altre lingue e, ad esempio, in inglese, scrivono la parola di origine germanica “God” come “G-d”. La stessa regola è valida anche per il Cristianesimo e l’Islam, ma è presente anche in altre religioni prive di legami con la fede giudaico-cristiana.

Anche se non siete per niente credenti, questi tabù religiosi potrebbero aver influenzato anche il vostro vocabolario. Spesso infatti le persone evitano di “pronunciare il nome di dio invano” alterando leggermente la parola che stanno dicendo. Per esempio, sostituendo o aggiungendo dei suoni, come in inglese gosh per “God”, o in italiano “zio” per “Dio” (spesso per imprecare). La rivista Atlas Obscura segnala ad esempio che anche la parola inglese dagnabbit è una versione modificata di goddamnit (lett. “Dio lo maledica”) basata su uno scambio di consonanti e vocali.

I tabù sui nomi propri

Un’altra versione dei tabù linguistici ha a che fare con i nomi propri di persona. All’epoca dell’Impero cinese, periodo che va dal terzo secolo a.C. allo scorso secolo, era considerato più che normale che la gente comune non potesse pronunciare o scrivere il nome di persone degne di rispetto. L’elenco di queste “persone rispettabili” includeva l’imperatore, gli antenati, i magistrati locali ed i saggi.

Non solo non si potevano usare nomi, ma si dovevano anche evitare di utilizzare i caratteri con cui questi venivano scritti. Questo significava che anche una parola comune poteva diventare un “tabù” solo perché condivideva un suono con il nome dell’imperatore. Il modo di ovviare a questo divieto consisteva nell’usare un carattere legato ad un suono simile oppure, scrivendolo, di ometterne una parte. Un imperatore dovette persino cambiare il proprio nome da Bingyi (病已) a Xun (詢), scritto con un ideogramma meno comune, affinché fosse più semplice evitare di scrivere il suo nome.

I tabù legati ai nomi propri erano molto comuni in Cina e in alcuni altri Paesi asiatici, compresi il Giappone e il Vietnam. Ad ogni modo, tradizioni che riguardano la proibizione di nominare qualcuno sono presenti anche in altre parti del mondo. Per fare un esempio tratto dalla letteratura, basti pensare al divieto di nominare Voldemort, l’antagonista di Harry Potter, che ha reso famose frasi come “Tu-sai-chi” (in inglese: you-know-who) e “Colui che non deve essere nominato” (in ing. he who must not be named).

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Anche in una normalissima conversazione, una persona evita oggi di dire il nome di un’altra perché, scaramanticamente, non vuole che questa “appaia”. Anche se non è legato a una superstizione specifica, la gente riconosce che dietro il nome di una persona si nasconde un certo potere.

Bestie spaventose

In passato gli animali selvatici erano considerati terrificanti. Anche oggi continuano ad essere piuttosto spaventosi, ma chi vive in città, probabilmente, non deve preoccuparsi troppo di imbattersi in un lupo o in un orso (in un cinghiale, sì, invece). Eppure si trattava certamente di una paura legittima: alcuni animali erano così spaventosi che la gente non voleva nemmeno pronunciarne il nome.

Una delle beste più terrificanti era l’orso. In inglese, la parola “bear” viene dal protogermanico bero, che letteralmente significa “marrone”. Si crede che i cacciatori avessero così tanta paura di pronunciare il vero nome dell’orso da riferirsi a lui solo per il colore, evitando in questo modo di “evocarne” uno per sbaglio. Il problema adesso però è che non sappiamo quale fosse il suo vero nome nelle lingue germaniche… quindi non ci resta che continuare a usare “bear”!

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Anche in altre lingue si è cercato di evitare “danni da orso” riferendosi a questa creatura con degli eufemismi. In quelle slave l’orso è quindi chiamato medved, ovvero “mangiatore di miele”, mentre in gaelico irlandese a volte si riferiscono a lui come mathgamain, “il vitello buono”. Più sinistra invece è la parola “orso” in lingua lituana, lācis, che in origine probabilmente significava qualcosa come “quello che colpisce”. Ci sono poi un altro paio di animali che si sono visti cambiare il nome a causa della paura che la gente aveva di loro. In svedese, per esempio, le persone cominciarono a chiamare il “lupo”, originalmente ulv, “straniero” (varg). L’orso rimane però la bestia con il retaggio di tabù più persistente.

Sesso, Morte e Riposo eterno: gli argomenti più tabù

Per concludere, torniamo agli argomenti tabù più presenti nella vita di tutti i giorni: il sesso e la morte. Per evitare di parlare di questi argomenti ricorriamo agli eufemismi, soluzioni che rientrano probabilmente tra le maniere più comuni di gestire i tabù. Si potrebbe scrivere un intero articolo mettendo insieme tutti gli eufemismi che si usano, in diverse lingue, per parlare del sesso (dall’italiano “battere chiodo” o “conoscere in senso biblico”, all’inglese the beast with two backs, lett. “la bestia con due schiene”, to sleep with, lett. “dormire con” ecc.) oppure della morte (“andare in un posto migliore” o ancora l’inglese buy the farm, lett. “comprarsi la fattoria”). Queste sono tutte frasi che usiamo per evitare di sembrare troppo volgari o diretti in una conversazione, senza nemmeno pensare a quanto siano di uso comune.

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Insomma, è davvero sorprendente scoprire quanti discorsi si facciano evitando, semplicemente, di dire quello che realmente intendiamo. Che questo sia dovuto a questioni personali, a tradizioni ormai radicate, a regole sociali oppure alla fede in un potere superiore, la credenza che nel linguaggio risieda un qualche tipo di potere è fortemente radicata in noi. Non importa da dove derivi questo potere, semplicemente sappiamo che dobbiamo stare attenti con le parole che utilizziamo.

Questo articolo è apparso originariamente nell’edizione inglese di Babbel Magazine.

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Thomas Moore Devlin
Thomas è nato in una periferia del Massachusetts e si è trasferito a New York per frequentare l'università. Ha studiato Letteratura inglese e Linguistica alla New York University ma ha trascorso la maggior parte del tempo a lavorare al giornale scolastico. Nel suo tempo libero, ama leggere e arrabbiarsi su Twitter.
Thomas è nato in una periferia del Massachusetts e si è trasferito a New York per frequentare l'università. Ha studiato Letteratura inglese e Linguistica alla New York University ma ha trascorso la maggior parte del tempo a lavorare al giornale scolastico. Nel suo tempo libero, ama leggere e arrabbiarsi su Twitter.

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