Lingue segrete, amori celati: in che modo il linguaggio queer si differenzia nel mondo?

In tutto il mondo i queer hanno sviluppato forme di comunicazione non facilmente accessibili a tutti. Come si caratterizzano questi linguaggi segreti?
Lingue segrete, amori celati: in che modo il linguaggio queer si differenzia nel mondo?

Avete presente quegli amici con i quali condividete scherzi e battute d’intesa, talmente particolari che coloro che vi circondano non riescono a capire ciò che vi state comunicando? Se ci pensate bene, vi sarà sicuramente capitato più volte di voler fare alcuni tipi di commenti, ma di essere stati costretti a tenere la lingua a freno per via di chi vi stava attorno.

Bisogna riconoscere però che, certe forme di comunicazione “telepatiche”, oltre ad essere divertenti, presentano diversi vantaggi.
Non a caso esiste un vero e proprio idioma definito –argot (pronuncia: ar-go) proprio di particolari generazioni, professioni, regioni, ecc. e utilizzato dai diversi gruppi sociali al fine di escludere gli estranei dalla comunicazione.

Che rimanga tra noi due…

Uno dei tanti gruppi che utilizza un proprio argot è la comunità queer – persone che non si identificano con le comuni identità di genere e/o con il modo in cui esprimono il loro affetto. Se pensiamo alla discriminazione e all’emarginazione che la comunità LGBTQ ha subito e subisce ancora oggi, non c’è poi da stupirsi della presenza di questo tipo di idioma caratteristico. Inoltre, lanciare parole argot durante una conversazione con degli sconosciuti e vedere come reagiscono può essere un modo utile per scoprire se si identificano nello stesso gruppo anche loro… e questo caso potrebbe essere l’inizio di un’amicizia o di una lunga storia d’amore.

Che ne dite di dare un’occhiata agli argot esistenti nel mondo?

Queer slang in tutto il mondo

Brasile

Il gergo queer brasiliano o argot si chiama pajubá, o bajubá. Si parla praticamente in tutto il paese, con alcune varianti regionali. Nonostante sia fortemente basato sul portoghese, incorpora diversi elementi delle lingue yoruba. Il motivo deriva dal fatto che alcune religioni afro-brasiliane, fortemente influenzate dalla cultura yoruba, sono aperte alla comunità queer e offrono loro uno realtà in cui hanno la possibilità di esprimersi liberamente.

Alcune di queste parole sono note alla maggior parte dei brasiliani, come erê, che significa bambino. Altre parole sono meno ovvie, come aqué (denaro) e alibã (poliziotto). Un’altra caratteristica particolare è l’uso frequente di nomi femminili. Dar a Elsa (lit. Give to Elsa), per esempio, significa rubare. Questi nomi si ispirano a soap opera, cantanti famosi, attrici, ecc.
Alcune parole ed espressioni pajubá sono diventate popolari al di fuori della comunità queer grazie al loro impiego nei media. Esiste persino un dizionario pajubá. Si chiama Aurélia, nome che deriva dal famoso dizionario Aurélio.

Turchia

Come il pajubá, anche il lubunca – il queer argot parlato in Turchia – si sta diffondendo sempre di più al di fuori della comunità queer. Questo argot si basa su molte delle lingue minoritarie parlate nel Paese, come il greco, il curdo e il bulgaro. Tuttavia, la stragrande maggioranza delle parole di questo gergo queer proviene dal romaní, una lingua parlata da una delle comunità più emarginate dentro e fuori la Turchia: i rom. L’influenza della lingua romaní potrebbe essere spiegata dalla comune esperienza di emarginazione di entrambi i gruppi. D’altra parte, non sempre ha senso parlare di due gruppi separati, poiché molte persone possono essere sia romaní che queer.

Sud Africa

Gli argots queer non sono completamente diversi dalla lingua maggioritaria del luogo in cui si parlano. Al contrario, anche se vengono utilizzati termini di altre lingue, la grammatica solitamente resta la stessa della lingua “ufficiale”. Cosa succede, quindi, nei Paesi in cui ci sono più lingue ufficiali? Un buon esempio è il Sudafrica, che, oltre ad essere il primo Paese africano (e uno dei primi al mondo) a legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso, ha anche ben 11 lingue ufficiali. Non preoccupatevi, non esistono 11 argots, ma solo due – i quali riflettono le storiche divisioni razziali del Paese.

Il gayle, nato negli anni ’50 è parlato soprattutto dalle comunità di origine bianca e mista. Si basa sull’inglese e sull’afrikaans e incorpora vari termini del polari britannico e del gergo queer americano. La cosa interessante del gayle è che, come in pajubá, molte parole sono nomi di donne. In alcuni casi questi nomi sono molto simili ai termini inglesi che rappresentano: Monica, per esempio, deriva da “soldi”; Priscilla, da “poliziotto”; e Jessica, da “gioielli”. Il termine gail, invece, da cui deriva l’argot, significa chiacchierare.

Anche la comunità nera sudafricana ha il suo argot: l’isiNgqumo. Questo nome deriva da un termine argot che significa “decisioni”. L’isiNgqumo si basa su alcune lingue nguni, un ramo delle lingue bantu. Rispetto al gayle, tuttavia, non è stato studiato o molto documentato.
La differenza tra i due argot sudafricani riflette le tensioni razziali presenti nella storia del Paese, che purtroppo sembrano essere più forti dell’esperienza condivisa dai queer.

Indonesia

Se in Sudafrica hanno 11 lingue ufficiali e due argot, come funzionano le cose in Indonesia, dove si parlano letteralmente centinaia di lingue? Stranamente, lì hanno solo un grande argot queer chiamato bahasa gay, bahasa banci, bahasa bengcong o bahasa binan. La complicazione con il nome di questa lingua rivela un po’ il processo di creazione di nuove parole in questo argot. Un modo molto comune, per esempio, è quello di aggiungere -ong alla fine della parola. In questo modo, banci, che significa transwoman, diventa bancong. Da qui il nome bahasa bengcong (OK, l’ortografia cambia un po’). Un altro modo di formare le parole è quello di aggiungere –in– tra le sillabe. Banci, diventa così Binancin (sì, sembra una specie di medicina). Dalla versione semplificata del binancin deriva un’altra parola argot: bahasa binan.
Se siete davvero confusi in questo momento, non preoccupatevi. Dopotutto, le argot servono a confondere gli “estranei”, no?

Separarsi o unirsi?

Si può dire che il gergo queer e gli argots sono usati per unire coloro che lo conoscono. D’altra parte, se tutti capissero tutto, non sarebbe più un argot, no?

Man mano che le argots diventano più popolari (anche a causa di articoli come questo) c’è una domanda inevitabile a cui rispondere: questa rivelazione è davvero desiderata? Da un lato, le argots sono la porta d’accesso a un universo sociale e culturale estremamente ricco ed è comprensibile che anche altri gruppi vogliano accedervi. Dall’altro lato, l’accettazione di certe parole o frasi è più rapida da ottenere rispetto all’accettazione del modo di vivere di chi le ha davvero create.
Non bisogna sottovalutare il fatto che le argots non sono solo divertenti, sono soprattutto necessarie per chi soffre di discriminazione.
Qual è allora la via d’uscita? Condividere o non condividere, documentare o non documentare? Questo problema è ben lungi dall’avere una soluzione semplice. Anche perché alcuni scrivono dei dizionari specifici, mentre altri inventano solo delle nuove parole.

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