Le espressioni più usate dai torinesi

Spesso molte espressioni usate quotidianamente da una comunità di parlanti risultano incomprensibili o quantomeno strane, se utilizzate al di fuori di tale comunità. Ecco alcune espressioni usate molto (e solo) dai torinesi.
Le espressioni più usate dai torinesi

Illustrazioni di Eleonora Antonioni

Nel 1987, il linguista torinese Gaetano Berruto sintetizzò sotto forma di schema quella che venne definita l’architettura dell’italiano. Berruto individuò infatti tre assi di variazione: l’asse della diastratia (che distingue il linguaggio colto da quello incolto), l’asse della diafasia (che sottolinea la differenza tra il registro formale dello scritto e il registro informale del parlato) e l’asse della diatopia (che comprende tutte le varietà regionali dell’italiano).

È nell’ambito di quest’ultima dimensione, quella diatopica, che continuamente nascono e si utilizzano espressioni diverse in ogni regione e città del mondo e, dunque, anche all’ombra della Mole Antonelliana. Ecco quindi alcune delle espressioni più usate dai torinesi.

“Tagliare”, ovvero “balzare”

L’atto del “saltare un giorno di scuola” è forse quello indicato con il maggior numero di espressioni diverse in base al luogo in cui ci si trova. Questo probabilmente perché si tratta di un’attività svolta da ragazzi molto giovani, che parlano un gergo in grado di cambiare di città in città in pochissimo tempo.
A Torino, saltare la scuola si dice “tagliare”, anche se da qualche anno a questa parte è molto più comune sentir dire che la scuola “si balza”. In italiano, infatti, il verbo “balzare” sottolinea lo slancio e la destrezza di un salto: effettivamente, quando gli studenti torinesi dicono che “balzano”, è perché sono proprio contenti e quasi fieri della loro decisione ma, soprattutto, quando usano questo termine, lo fanno con una disinvoltura che fa sorridere ogni forestiero in visita nella città sabauda.
“Balzare” però è usato anche in altri contesti; ad esempio, una frase come “oggi balzo” non deve necessariamente riferirsi alla scuola, ma può anche essere un modo per declinare l’invito ad un’uscita tra amici o a qualsiasi altro tipo di attività. Inoltre, possiamo anche “balzare”, come per dire “passo”, quando persone con cui abbiamo una discreta confidenza ci offrono qualcosa che dobbiamo rifiutare con un po’ di rammarico (Vuoi un’altra fetta di torta?Ti ringrazio molto, ma balzo). Il rammarico del “balzo” però, può anche essere ironico, quando rifiutiamo qualcosa senza esserne poi così dispiaciuti.

Chiclets

Anche la gomma da masticare è chiamata in molti modi diversi in tutta Italia. A Torino si dice solo ed esclusivamente “cicles”, parola che – anche se molti torinesi non lo sanno – si scrive “chiclets” e deriva dal Manilkara chicle, la pianta del Nord e Centro America da cui il prodotto era ricavato.
A questa pianta si deve il nome di una marca di gomme da masticare che era particolarmente popolare in Piemonte (la “Chiclets”, appunto) che a un certo punto iniziò a essere utilizzato come nome comune e fu poi tramandato fino ai giorni nostri.
I chiclets erano consumati abitualmente già dagli antichi Maya, ma arrivarono in Italia solo durante la Seconda guerra mondiale, tramite i soldati statunitensi che li chiamavano “chewing gums”.
“Chewing gum” viene ancora oggi utilizzato e in italiano è stato tradotto con “gomma da masticare”, espressione che risulta essere l’unica comprensibile in tutto il Paese.

Com’è?

Arriviamo ora a un’espressione che, pur essendo piuttosto informale, è utilizzata dai torinesi diverse volte al giorno.Com’è? viene infatti usato in sostituzione di un più freddo “come stai?” ed è una “domanda lampo” che esige una “risposta lampo”. Per questo, indipendentemente da come ve la stiate passando, al “com’è?” vi consiglio di rispondere solo con “bene grazie” o “bene grazie e tu?”, poi, anche solo pochi secondi dopo, potrete iniziare a raccontare come state davvero e avrete quindi tempo per confermare o smentire quel “bene grazie” detto poco prima.
In alcuni casi, il “com’è?” viene detto subito dopo il ciao in modo talmente rapido da diventare parte del saluto e non essere neanche più considerato una domanda; in questi casi quindi, potrete rispondere anche solo con “ciao” e nessuno vi dirà che siete stati maleducati.
Tenete a mente inoltre che i torinesi faticano a realizzare che non tutta Italia usa questa espressione così radicata nel loro linguaggio quotidiano e quindi non capiscono perché al “com’è?” qualcuno risponda chiedendo “com’è cosa?” (per fortuna, almeno voi che state leggendo, potrete risparmiare loro questa piccola sofferenza!)

Fare che + infinito

“Fare che + infinito” è una costruzione passata da un codice linguistico a un altro mantenendo la sua struttura interna e pertanto si definisce un calco morfologico. Dal piemontese “fuma c’anduma” si è infatti arrivati all’italiano “facciamo che andare”, espressione che oggi tutti i piemontesi usano, non solo quando parlano alla prima persona plurale e non solo con il verbo “andare”. In Piemonte fare che è infatti usato molto spesso in svariati contesti, ma soprattutto quando si tratta di definire alcuni dettagli organizzativi (Faccio che raggiungervi dopo cena, tu fai che chiamarmi quando avete finito di mangiare).

Solo più

Solo più è un’espressione che chi non è del Piemonte trova piuttosto divertente. Si tratta infatti di un regionalismo piemontese, oltre che di una locuzione che in italiano è considerata a tutti gli effetti un errore.
Per esempio, uno studente torinese può dire che ha “solo più” un capitolo da studiare, non potendo fare a meno del valore rafforzativo di quel ridondante “più” per indicare che prima aveva altri capitoli da studiare e che gliene resta “ormai soltanto” uno.
Molti non sanno né che si tratta di un regionalismo, né che si tratta di un errore, ma anche chi lo sa, spesso sembra comunque non poterci rinunciare e tra i grandi conoscitori della lingua italiana che scelsero di utilizzare “solo più”, ci furono anche alcuni celebri scrittori piemontesi come Luigi Einaudi, Piero Gobetti, Primo Levi, Guido Gozzano, Cesare Pavese e Beppe Fenoglio.

Bom

Bom è un intercalare tipico di alcune regioni d’Italia, tra cui il Piemonte. Può anche essere pronunciato “bon” o “bo” e si utilizza generalmente con la “e” davanti per colmare un silenzio imbarazzante (rigorosamente dopo aver sospirato e preferibilmente con un tono di immotivata disillusione… E bom…) oppure per concludere una conversazione, anche lunga, con l’obiettivo di sottolineare che il discorso è chiuso (si fa così e bom).
Usato da solo invece, bom significa “basta” e non va confuso con l’interiezione di incertezza “boh”. Ad esempio, se qualcuno vi sta versando del caffè, potete fermarlo con un “bom”, oppure, se vi offrono da mangiare, potete rifiutare dicendo “io bom, grazie” senza che nessuno si offenda, visto che il “bom” non significa che non abbiate gradito ciò che vi è stato offerto, ma semplicemente che in quel momento siete a posto così.
Molte persone che non sono di Torino credono invece il che “bom” abbia un valore positivo, probabilmente perché lo associano al “bon” francese o al “buono” italiano e quindi pensano che quello che vi è stato offerto vi sia piaciuto talmente tanto da volerne ancora. Solo ora che sapete che non è così, siete davvero pronti per andare a Torino.

Dehors

La parola dehors è arrivata in Piemonte direttamente dalla vicinissima Francia e viene utilizzata per indicare quelli che in altre regioni sono chiamati “tavolini fuori”.
Fino a qualche tempo fa, in Piemonte ci si riferiva a questi tavolini solo con la parola dehors, mentre ultimamente, di tanto in tanto si sentono anche frasi come “ci sediamo fuori”. Dunque, quelle poche volte che l’espressione dehors non è utilizzata, viene sostituita solo dalla parola “fuori” e non si sente mai parlare di “tavolini”, come accade invece in altre regioni d’Italia.

Va bin

È l’espressione piemontese per eccellenza e mette d’accordo giovani e meno giovani che la usano ogni giorno con orgoglio. Si tratta dell’intramontabile va bin, vera e propria espressione dialettale, ampiamente utilizzata anche da coloro che non parlano il dialetto e soprattutto dai più giovani, che preferiscono di gran lunga usare un amichevole “va bin” piuttosto che un secco “va bene”.

Ecco quindi diverse tipologie di espressioni utilizzate in Piemonte; alcune sono gergali e altre derivano dal dialetto o dal francese, ma tutte hanno in comune il fatto di essere davvero molto usate e se siete in partenza per Torino, scommetto che vi basterà qualche giorno per poter tornare dicendo di averle sentite tutte.

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