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L’italiano standard è davvero la lingua che parliamo?

L’italiano standard è inteso come l’italiano che si riferisce e che segue le regole della grammatica, ben strutturato sintatticamente e privo di particolari tratti sociolinguistici: è davvero la lingua che parliamo?
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L’italiano standard è davvero la lingua che parliamo?

Ogni giorno ci troviamo di fronte a contesti più o meno formali e di conseguenza cambiamo il modo di esprimerci nella nostra lingua. L’italiano che impieghiamo durante una semplice conversazione o durante la stesura di un testo scritto cambierà infatti a seconda della situazione in cui ci troviamo.

Sebbene sia in corso una sorta di avvicinamento, è sempre esistita una netta differenza tra la lingua scritta e quella parlata ed è proprio concentrandosi su questa distinzione e sugli elementi di avvicinamento, che è possibile notare le diverse varietà all’interno della lingua impiegata per la scrittura.

In linguistica, una lingua standard viene identificata come una lingua che possiede dei codici e delle norme valide come modello di riferimento per l’uso corretto della lingua e per l’insegnamento. L’italiano standard è inteso come l’italiano che si riferisce e  che segue le regole della grammatica, ben strutturato sintatticamente e privo di particolari tratti sociolinguistici.

L’italiano standard è per definizione privo delle influenze delle varietà regionali, anche a livello fonetico, e viene impiegato in campo intellettuale, burocratico, letterario e scientifico. La lingua standard può essere inoltre definita come la lingua utile alla comunicazione tra parlanti di regioni o di gruppi sociali diversi, ma è doveroso evidenziare il fatto che non esiste un accordo unitario riguardante la pronuncia standard della lingua.

L’italiano standard impiegato nelle comunicazioni scritte ufficiali, nelle trasmissioni radio e televisive, a teatro e nel doppiaggio dei film stranieri, non possiede una collocazione geografica precisa e la pronuncia che viene descritta nei manuali e nelle grammatiche, in realtà, non esiste. Si tratta infatti di un modello derivato dal fiorentino ma senza le caratteristiche tipiche del luogo, come ad esempio l’intonazione, la gorgia toscana e la modifica delle affricate palatali in fricative palatali sorde. Di conseguenza, si deduce che in Italia nessuno possiede davvero l’italiano standard come lingua nativa, ma la sua pronuncia può essere acquisita grazie all’esercizio e ad una formazione specifica ed è perciò impiegata quasi solamente da determinati gruppi socio-professionali.

La versione standard dell’italiano richiama quindi delle realtà singolari e viene impiegata perlopiù in situazioni formali. Nelle conversazioni e nella scrittura non formale, invece, viene impiegata una lingua più semplice, nella quale trovano spazio alcune forme regionali: l’italiano neostandard.

L’italiano neostandard è una forma semplificata dell’italiano standard ed è più o meno influenzato dalle varietà regionali. Viene impiegato quotidianamente sia nella scrittura che nell’oralità da qualsiasi italiano normalmente scolarizzato, a tutti i livelli di formalità. L’italiano neostandard viene definito come modello semplificato dell’italiano standard poiché, rispetto a quest’ultima versione, presenta un numero inferiore di complessità d’uso. Da un punto di vista fonetico, lessicale, sintattico e dell’intonazione è senza dubbio più marcato dai regionalismi rispetto all’italiano standard. Questa varietà più aperta e semplificata è utilizzata per soddisfare tutte le esigenze comunicative nella quotidianità e le sue forme espressive si allargano a diversi sottocodici, come quello medico, quello burocratico e quello tecnico-scientifico.

Attualmente possiamo assistere ad processo di “ristandardizzazione” dell’italiano, che consiste principalmente in un avvicinamento tra il parlato e la lingua scritta. Nell’italiano scritto vengono ammesse forme regionali tipiche del parlato e che normalmente non sono inserite nelle grammatiche, come ad esempio espressioni locali a livello lessicale e morfosintattico. Alcuni esempi comuni sono la dislocazione a sinistra (“Il tè lo prendo senza zucchero“) e a destra (“Lo bevo, il tè“), la presenza del verbo “averci” (“Ce l’ho“) e il “che” polivalente (“Rimani qui, che la cena è pronta“). È inoltre nota la caduta in disuso di alcuni tempi e modi verbali, tra cui il congiuntivo,  il passato remoto e il futuro del presente indicativo. Infine, alcuni pronomi personali non sono più impiegati con molta frequenza: nel parlato moderno, l’italiano neostandard sostituisce i pronomi personali tonici “tu”, “egli” ed “ella” con i rispettivi “te”, “lui” e “lei” e in molti casi queste consuetudini stilistiche sono riscontrabili anche nell’uso scritto della lingua.

La lingua standard, solitamente, si oppone ai dialetti e alle varietà regionali: nel caso dell’italiano, la versione regionale differisce infatti da quella standard, che rappresenta invece una lingua non marcata. Possiamo quindi affermare che l’italiano realmente parlato in tutto il paese non è la lingua descritta dalle grammatiche. L’italiano, come tutte le altre lingue, non è un organismo statico, ma è in continuo cambiamento ed evoluzione. Con l’arrivo della televisione e con l’aumento della scolarizzazione, l’italiano è diventato la lingua di tutti ma allo stesso tempo i dialetti e le varietà regionali, che rappresentano la lingua delle origini familiari e degli affetti, continuano ad esistere e a influenzare il modo in cui viene utilizzata la lingua parlata.

 

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