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Le 7 cose che la lingua italiana non può fare

Nonostante la tradizione letteraria antica e prestigiosa dell'italiano, ci sono alcune curiose limitazioni che lo rendono bizzarro agli occhi di chi lo studia come lingua straniera.

Illustrazione di Elena Lombardi

La diversità linguistica è qualcosa di affascinante. Con la propria grammatica, il proprio lessico, la propria storia, la propria letteratura, ogni lingua è un mondo a sé tutto da scoprire.

Tuttavia, c’è un aspetto su cui di solito non ragioniamo: le peculiarità, a volte, possono anche essere dei limiti! Beninteso, non si tratta di difetti veri e propri poiché ogni lingua, nella sua tipicità, è perfetta. Ciò non toglie che ci siano alcune cose che in certe lingue non si possono fare e l’italiano in questo caso non fa eccezione. Nonostante la sua tradizione letteraria antica e prestigiosa, presenta alcune curiose limitazioni che lo rendono bizzarro agli occhi di chi lo impara come lingua straniera.

Ecco le 7 cose che l’italiano non può fare.

Distinguere tra chi ospita e chi viene ospitato

Se parlate di vacanze e di soggiorni in lingua italiana, prima o poi vi accorgerete dell’esistenza di una parola ambigua. La parola in questione è ospite e quando la sentite, dovete stare molto attenti. Infatti, questo termine significa sia “persona che ospita" che “persona che viene ospitata". In sostanza, ha due significati, uno l’opposto dell’altro!
Questo non accade in lingue come l’inglese, dove è ben chiara la differenza tra host (chi ospita) e guest (chi è ospitato). In italiano però, non c’è modo di avere la stessa chiarezza e quindi nella realtà di tutti i giorni, l’unico modo che avete di capire il vero significato di "ospite" è quello di contestualizzare il termine.
Se qualcuno si presenta dicendovi: "Piacere, sono Mario e sono proprietario di questa casa. Luigi è mio ospite", potete capire chiaramente dal contesto che Mario è un ospite nel senso di host e Luigi un ospite nel senso di guest. Ma se la frase è: "Sono Mario, Luigi è mio ospite"… Luigi è un ospite nel senso host o nel senso guest? Non avete scelta: se lo volete sapere glielo dovete chiedere!

Terminare le parole in consonante

Se ascoltate con attenzione una conversazione tra italofoni, vi accorgerete che utilizzano molto spesso parole inglesi. Fin qui tutto normale, specie se si parla di questioni legate alla tecnologia, alle scienze o al marketing. Ciò che rende curiosa la questione riguarda la pronuncia. Molti madrelingua italiani, infatti, non riescono a fare a meno di aggiungere una vocale muta indistinta alla fine di tutte le parole che finiscono in consonante. Quindi, non pronunciano network come farebbero gli inglesi, ma qualcosa di simile a networke. Se però chiedete a un italiano: “come mai hai aggiunto una E appena abbozzata alla fine della parola?" lui vi giurerà che non l’ha pronunciata affatto. E non perché sia bugiardo.

Il motivo è da ricercare nella natura della lingua italiana e nella sua fortissima propensione alla vocalità. Quasi tutte le parole, infatti, finiscono in vocale e il suono della consonante finale risulta quasi un controsenso, tanto appare spigoloso e stonato! Gli italiani sentono il bisogno di addolcire il tutto, e così aggiungono una vocale appena accennata a fine di parola. Se siete lettori attenti e conoscete l’italiano, sicuramente state pensando che esistono parole in questa lingua che finiscono per consonante e che non sono prestiti. Sto parlando di: per, ad, con, il, un… tutto vero, ma considerate che queste parole sono legate foneticamente alla parola successiva, che finisce immancabilmente in vocale. Non possono mai comparire alla fine di una frase!

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Distinguere frasi interrogative e affermative senza il tono

Nella maggior parte delle lingue europee, le domande vengono costruite tramite un costrutto frasale particolare, definito forma interrogativa. In italiano, però, questo costrutto non esiste. Inglesi, tedeschi e francesi sono sconcertati dal fatto che gli italiani riescono a capire perfettamente quando un interlocutore fa una domanda.
Si chiedono: ma come fanno a capirsi tra di loro? È una frase esattamente uguale all’affermativa! Il segreto degli italiani sta nella tonalità. Per capire se una frase è un’affermazione o una domanda, l’italofono tende l’orecchio verso le ultime sillabe. Se queste vengono pronunciate con un tono leggermente più alto rispetto al resto della frase, capisce che l’interlocutore gli sta chiedendo qualcosa. Nella lingua scritta, dove il tono non c’è, sarebbe impossibile comprendere il vero senso della frase… per fortuna hanno inventato i punti interrogativi!

Esprimere la forma neutra di un sostantivo

Un’altra cosa che lascia sconvolti gli inglesi che studiano l’italiano è il fatto che gli oggetti hanno un genere maschile o femminile: la sedia è femmina e il cancello è maschio. In inglese non succede, perché c’è il genere neutro.
Questa peculiarità della grammatica italiana è davvero interessante, considerato che il latino, lingua dalla quale l’italiano deriva, possedeva il genere neutro. Ma evidentemente agli italiani piaceva troppo l’idea di dare un sesso agli oggetti… e così hanno trasformato tutti i nomi neutri in maschili e femminili! In alcuni casi, addirittura, lo stesso termine è maschile al singolare e femminile al plurale. È il caso di uovo (maschile), che al plurale è uova (femminile), e dito (maschile), che al plurale è dita (femminile). La mancanza del genere neutro si fa sentire anche nella vita di tutti i giorni. Ad esempio: i nomi di professione sono quasi sempre declinati al maschile, anche quando sono svolti da donne.

Uscire dalla definizione di “lingua nazionale"

L’italiano è una lingua con una diffusione molto compatta. Oltre che nella Repubblica italiana, si parla a San Marino e nella Città del Vaticano, enclavi in territorio italiano. Inoltre, è lingua ufficiale nel Canton Ticino e nei Grigioni in Svizzera, ma sempre a ridosso dei confini italiani. Dal punto di vista numerico, gli italofoni che vivono in Italia sono in schiacciante maggioranza rispetto agli italofoni svizzeri o sammarinesi. La vicinanza geografica delle varie comunità che parlano italiano, ha fatto sì che la lingua di Dante si identificasse in modo molto forte come “lingua della Repubblica Italiana". Non ha subito un processo di emancipazione dalla nazione d’origine come è invece avvenuto per altre lingue europee.
Se questo concetto vi appare fumoso e poco chiaro, eccovi qualche esempio comparato con altre importanti lingue europee. Prendiamo in esame l’inglese: non viene parlato solo in Gran Bretagna. È lingua ufficiale in decine di Stati sovrani e ha almeno due standard, quello britannico e quello americano. Lo spagnolo, ormai, è parlato da più persone in Sudamerica che in Europa. Anche il portoghese, relegato all’estremo ovest dell’Europa, ha avuto una grandissima fortuna in Brasile e in alcune zone dell’Africa. La situazione del tedesco assomiglia un po’ di più a quella italiana. I germanofoni, infatti, vivono quasi tutti in un’area geograficamente limitata a quella del loro Paese, o strettamente limitrofa. A cambiare sono però le proporzioni numeriche: se i territori italofoni fuori dall’Italia contano qualche centinaio di migliaia di persone, i territori germanofoni fuori dalla Germania (principalmente la Svizzera tedesca e l’Austria) ne contano circa 15 milioni!

Riconoscere una regione dove si parla il “vero italiano"

Se conoscete un po’ di storia della lingua italiana, saprete sicuramente che l’attuale italiano si è sviluppato a Firenze, il capoluogo della Toscana. Saprete anche che nell’Ottocento il letterato Alessandro Manzoni scrisse il suo romanzo, "I Promessi Sposi" , ispirandosi al dialetto fiorentino. Il detto “sciacquare i panni in Arno", riferendosi al fiume che passa per Firenze, è un modo di dire che nasce proprio da Manzoni, che voleva “lavare" i suoi scritti dagli influssi del lombardo e del francese per renderli più italiani. Detto ciò, potreste pensare che l’italiano sia strettamente legato a Firenze anche oggi. La realtà è ben diversa! Dall’unità d’Italia in poi, l’importanza di Firenze e della sua parlata cittadina è andata man mano diminuendo.
Oggi nessuno considera il dialetto fiorentino come la varietà di italiano più prestigiosa. Anzi, la gorgia toscana, ossia la pronuncia aspirata della C dura, della T e della P, rende la pronuncia fiorentina davvero strana per chi utilizza l’italiano standard! Insomma, nell’Italia di oggi vige una situazione molto diversa da quella della Francia, dove la parlata parigina è considerata da secoli come la varietà di francese più pura. Idem per la Spagna, dove la Castiglia è ancora la culla dello spagnolo, tanto che è ancora diffuso il termine castigliano per riferirsi alla lingua di Cervantes.

Modificare la lingua standard per decreto

Se domani decidessimo di eliminare la parola rinoceronte dal vocabolario, probabilmente non ci riusciremmo. Questo per un motivo molto semplice: in Italia non esiste alcun ente normativo che si occupi specificamente della lingua italiana. In parole povere, nessuna istituzione pubblica ha il potere di modificare lo standard linguistico. Ma senza dubbio sapete che esiste la prestigiosa Accademia della Crusca, ossia la massima autorità su tutto ciò che riguarda la lingua italiana, dal XVI secolo. Quando hanno un dubbio o un quesito riguardo la propria lingua, gli italiani si rivolgono a questa antica accademia linguistica.
Quello che forse non sapete è che la Crusca ha un potere meramente consultivo, e non normativo. In sostanza, può dare consigli agli italiani su come parlare e scrivere correttamente il proprio idioma, ma non ha il potere di togliere o aggiungere parole e regole grammaticali alla lingua. L’Accademia della Crusca afferma che lo standard linguistico non si può modificare a tavolino, ma si trasforma con l’uso della lingua. I parlanti hanno, è il proprio il caso di dirlo, l’ultima parola! C’è da dire però che nel corso della storia d’Italia ci sono stati vari tentativi di modificare la lingua per legge.
Uno di questi avvenne durante la dittatura fascista, quando furono eliminati i prestiti da lingue straniere, sostituiti con termini italiani. Fu così che bar divenne mescita, slalom divenne obbligata, cocktail divenne arlecchino e così via. Questa riforma però ebbe scarso successo: caduto il regime, gli italiani tornarono a usare i prestiti stranieri come e più di prima. Un tentativo più recente di modificare l’italiano avvenne nel 2001, quando fu approvato un decreto che vietava il cosiddetto “burocratese", ossia tutto l’insieme di termini e modi di dire burocratici come suggellare o all’uopo , incomprensibili alla maggior parte degli italiani. Dal momento dell’entrata in vigore della legge, nei documenti pubblici non si sarebbero più dovuti scrivere ma la pubblica amministrazione continuò ugualmente a usare il suo linguaggio ampolloso e complesso. La legge, quasi mai applicata, fu infine abrogata nel 2013.

Insomma, l’italiano non si può imbrigliare. È un cavallo selvaggio che va apprezzato non solo per la sua bellezza e per il suo prestigio, ma anche per le sue peculiarità!

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