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5 cose che ho insegnato ai miei figli qui in Brasile

Viviana, mamma italiana che vive a San Paolo, ha raccontato alla Rivista di Babbel come si comporta con i suoi bambini che parlano tre lingue e che, a volte, si trovano un po’ “lost in translation”. Come si insegnano due culture – italiana e brasiliana – a dei bambini piccoli?
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5 cose che ho insegnato ai miei figli qui in Brasile

Sono mamma di due bambini i cui anni si contano ancora sulle dita di una sola mano, ma che parlano già tre lingue. 

La piccola è più brasiliana che italiana: per intenderci, non conosce canzoncine come “Giro giro tondo” o “Il coccodrillo come fa”; il suo piatto preferito è riso e fagioli e crede di poter bere succo di anguria fresco dappertutto nel mondo, anche sulle montagne innevate dove torniamo ogni anno a passare le feste di Natale, a casa, in Italia. Lei, nel dubbio, ci prova e – quando le spiego il concetto del chilometro zero (ovviamente in “bambinese”) – tutte le volte ci rimane male.

Il grande invece è un vero patriota: prima di dormire vuole ascoltare fiabe solo e rigorosamente in italiano (se sono scritte in un’altra lingua devo tradurle simultaneamente mentre leggo, senza fare errori); se potesse mangerebbe pasta anche a colazione e si emoziona ogni volta che torna nella nostra terra o che vede una bandiera tricolore.

Siamo italiani, ma viviamo a San Paolo, in Brasile, quindi:

  • l’italiano è la lingua che parliamo tra di noi in casa;
  • il portoghese è la lingua della convivenza quotidiana; la usiamo per strada, dal panettiere, al supermercato, con la maestra di nuoto in piscina e, in generale, con la maggioranza dei nostri amici;
  • l’inglese, solo nel caso del grande che ha iniziato da poco le elementari (questo perché le scuole britanniche cominciano un anno prima rispetto alle nostre), è infine la lingua che si parla con i professori, con cui si scrive, si legge e si impara a far di conto.

Pensate sia una gran confusione?

Lo penso anche io, quando cerco di fare capire ai miei bimbi come si pronuncia la “R” in italiano. “Dite rana. Ramarro. Marrone. Rospo. Ratto”, ma niente. In portoghese questa consonante quasi non si sente, salvo eccezioni, e in inglese ha tutt’altro suono.

Lo penso anche io, quando provo a spiegargli che la “N” di “banana”, “Bianca” o “Anna” per noi non ha un suono nasale.

Lo penso anche io, quando li aiuto a tradurre le parole che non conoscono e che per loro esistono in una sola lingua (la prima in cui le hanno imparate). La scorsa estate, la piccola ha mandato in crisi amici e parenti piangendo per ore perché cercava la “chupeta”. Nessuno la capiva, ma lei voleva il ciuccio. Allo stesso modo, un giorno, a San Paolo, sono tornata a casa mentre il grande cercava di spiegare alla babysitter che non aveva perso il cappello, ma l’aveva lasciato a scuola, nel “locker” (armadietto) e lei annuiva dubbiosa.

Lo penso anche io, quando correggo accenti sbagliati e mia figlia mi dice arrabbiata “mamma, mio fratello mi imìta” (in portoghese si dice così, perché le due parole sono praticamente identiche e questo inganna). O quando cerco di sterminare le parole che inventano di sana pianta come “voglio bebere” (“da beber”, bere in portoghese) o “sto kickando la palla” (da “kick”, calciare in inglese).

Ma, anche se questo lavoro sembra difficile, mi rendo conto che in realtà non lo è più di tanto. In fondo la mia spiegazione ai mille perché (parola che, vi assicuro, sanno pronunciare benissimo in tutte e tre le lingue) è sempre che la grammatica è così perché è una regola che qualcuno ha stabilito. Punto.

Trovo che sia invece molto più complesso rispondere alle loro domande quando le differenze a cui ci troviamo davanti non sono solo grammaticali, bensì culturali o geografiche. 

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Inverno o estate?

Tra i libri che leggo quasi tutte le sere ai miei figli ce n’è uno, comprato in Italia, la cui ultima storia è una bellissima filastrocca illustrata sulle stagioni.

  • Mamma, ma quando disegno dicembre ci metto la neve o il sole?
  • Che tempo fa davvero?
  • Babbo Natale, con quella pelliccia, qui in Brasile morirebbe di caldo. Non la usa, vero?
  • Perché quando andiamo dai nonni dici sempre che è bello passare l’inverno e il Natale insieme e quando invece ritorniamo in Brasile, solo qualche giorno dopo, parli a tutti dell’estate?

La mia spiegazione:

Adesso vi chiedo: vi sembra facile dare una spiegazione che non coinvolga i moti della terra intorno al sole, i cicli delle stagioni, gli equinozi, i solstizi e via dicendo? Aa me no. Il grande forse ci potrebbe anche arrivare (o fare solo finta di aver capito per farmi smettere di parlare). Ma la piccola? Sono sicura che loro, giunti a questo punto, credano che anch’io non sappia esattamente la risposta e aspettano solo di crescere per scoprirlo e potermi aiutare a fare chiarezza.

Saluto, bacio o abbraccio?

Qui in Brasile il contatto fisico con gli altri è molto forte. In generale capita di salutare le persone molto di più di quel che facciamo noi italiani, anche se non le conosciamo. Di baciarle quando ci presentiamo. Spesso anche di abbracciarle.

  • Ma allora mamma, saluto o non saluto?
  • Bacio o non bacio?
  • Abbraccio o non abbraccio?
  • Mamma, ma perché se mi saluta un signore che non conosco in Brasile e io non lo saluto tu ti arrabbi? E perché qui in Italia non posso salutare chi non conosco? Sono o non sono maleducato?

La mia spiegazione: 

È difficile stabilire una regola che sia anche solo un filo coerente. Già io, nella prima settimana in cui faccio ritorno a casa, di solito mi confondo un po’. Mi capita ad esempio di dare il buongiorno ad alcune signore che incrociano il mio sguardo e che in Brasile, in situazioni simili, avrei salutato, e vedere che loro, per tutta risposta, si guardano alle spalle per capire se ce l’avevo con loro o con qualcun altro.

Se è difficile per me, immaginatevi per dei bambini, che qui in Brasile sono salutati quasi da tutti, anche per strada, soprattutto quando sono piccini.

Per non impazzire, ho trovato una soluzione: in Brasile salutate chi vi saluta e in Italia invece salutate sempre chi la mamma saluta (perché ovviamente, regola di tutte le regole, la mamma ha sempre ragione!). Invece gli abbracci in Italia, ma anche in Brasile, dateli in generale ad amici e parenti. E solo se ne avete voglia.

Colazione dolce o colazione salata?

I miei figli adorano pão de queijo, papaia, mango, tapioca, farofa e in generale il cibo brasiliano. A una cosa però non si sono ancora abituati, del resto come me, e non si abitueranno forse mai: la colazione per noi deve essere dolce.

  • Perché i brasiliani non mangiano la torta col caffè come noi mamma?
  • Perché non gli piacciono i croissant alla crema come a noi?
  • E i biscotti?
  • E le fette biscottate con la marmellata?
  • Perché invece adorano le uova, il prosciutto e il formaggio?

Quando viaggiamo con amici e ci portiamo dietro la spesa sappiamo che alcuni prodotti, generalmente per l’appunto quelli della colazione, sono stati acquistati solo per fare piacere a noi “gringo” (ovvero, a noi stranieri). Ricordo quella volta in cui, in spiaggia, il papà di una bambina mi disse ridendo: “stamattina mia figlia aveva talmente voglia di mangiare una torta al cioccolato che si è inventata una storia a cui non crederai mai. Mi ha detto che ha studiato a scuola che voi italiani fate colazione così”. E io, senza parole, ho preferito non interrompere un momento di tale ilarità.

La mia spiegazione:

Ogni persona ha gusti diversi. Se preferisce può mangiare salato, se invece ne ha più voglia, può mangiare dolce. Non esiste giusto o sbagliato. Fare l’esperienza di vivere in posti diversi sin da piccoli è senz’altro il modo migliore per arricchire di sfumature il loro mondo, soprattutto a questa tenera età.

Come si usano le posate?

Generalmente i bambini brasiliani (ma spesso anche gli adulti) impugnano le posate in modo diverso rispetto a noi: la forchetta viene utilizzata a pugno chiuso, totalmente orizzontale, per fermare l’oggetto che poi si provvede a tagliare. In Italia la forchetta si inclina e si punta con l’indice per aiutare il coltello nel taglio.

  • Mamma, ma allora la mia maestra mi insegna sbagliato?
  • E anche i miei amici sbagliano?
  • E pure i tuoi?

La mia spiegazione:

Finche i miei figli non avranno sufficiente maturità per capire le differenze da soli, la mia risposta sarà la stessa che avete letto poco più su: tu fa’ come fanno la mamma e il papà (perché, di nuovo, la mamma e il papà hanno sempre ragione).

Quanti anni hai?

Volete capire se un bambino è brasiliano o italiano senza che apra bocca? Lo sapevate che non c’è modo migliore di smascherarlo che fargli mostrare gli anni che ha sulle dita delle mani? Il mio grande è finalmente arrivato a cinque e quindi ora nessun problema. La tregua durerà fino al sei, perché da lì in poi cambierà di nuovo e per aggiungere il sesto dito dovrà usare il mignolo – e non il pollice – della seconda mano.

La piccolina è invece alle prese con il tre e quindi è ancora “Lost in Translation”: per lei è normale usare medio, anulare e mignolo per mostrare agli altri la sua età. Io il tre alla brasiliana non riesco proprio a farlo, non mi si alzano le dita in modo spontaneo, a meno che non mi concentri per farlo. E così nemmeno il due e il quattro. Figuriamoci il sei. L’uno a volte è simile, perché il pollice alzato anche da noi è simbolo di ok, va bene, quindi possiamo usare l’indice come i brasiliani.

  • Mamma, ma perché lui fa il tre così?
  • E perché tu lo fai in un altro modo?
  • Ma è lui che sbaglia? O sono io?

La mia spiegazione:

Dato che i bambini di solito tra loro comunque si capiscono, punto tutto sull’effetto stupore del tipo: “vedi, lo sapevate che esistono ben due modi diversi per indicare lo stesso numero?“. Meraviglia delle meraviglie generale, subito dopo seguita dalla dimenticanza, perché, dopo aver conosciuto qualche amichetto nuovo, le ciance si lasciano agli adulti. Per i bimbi è subito ora di giocare!

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