Gli aspetti della lingua italiana più ostici per un anglofono

L’inglese vi sembra difficile? Forse perché non avete mai davvero pensato a quanto sia complessa la lingua italiana…
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Gli aspetti della lingua italiana più ostici per un anglofono

Illustrazione di Elena Lombardi

Quante volte avete pensato che imparare l’inglese fosse difficile?
Quante volte avete sudato sui libri di scuola cercando di memorizzare l’elenco dei verbi irregolari o la casistica del genitivo sassone?
Vi è mai capitato, invece, di riflettere su quanto sia complessa la lingua italiana per una persona anglofona?
Io non avevo avuto occasione di ragionarci davvero fino a qualche mese fa, quando un amico inglese è venuto a vivere nella mia città e ha iniziato a imparare l’italiano, imbattendosi in una lunga serie di ostacoli.
Ammettiamolo, l’italiano è pieno di irregolarità ed eccezioni, insidie di cui non ci rendiamo conto solo perché si tratta della nostra lingua madre e parlarla ci viene naturale come respirare: per accorgercene basterebbe, però, cambiare punto di vista e osservarla per un attimo con occhio (e orecchio) esterno.


Mettiamoci, per esempio, nei panni del mio amico e vediamo quali sono gli aspetti più strani e complessi della nostra lingua.

1) Una mostruosa quantità di verbi irregolari

In inglese i verbi irregolari occupano di solito qualche pagina in fondo al libro di testo, ordinati in una tabella suddivisa in tre colonne: Base Form, Simple Past e Past Participle (es. go/went/gone).
Il verbo resta immutato qualsiasi sia il soggetto, con un’unica eccezione: al presente occorre aggiungere “-s” (o “-es/-ies” a seconda dei casi) alla terza persona singolare.

Ora pensate all’italiano.
I verbi hanno una desinenza diversa per ogni persona, ma doverli coniugare non è nulla in confronto al fatto che le forme verbali modificano spesso anche la loro radice (es. il verbo andare alla prima persona diventa “vado”).
Il fenomeno interessa molti dei verbi più comuni (oltre agli ausiliari, essere e avere): andare, venire, fare, sapere, dare, stare, dire (alzi la mano chi, da piccolo, non si è mai lasciato sfuggire un “voi dicete“) ecc.
Alcuni verbi sono irregolari solo nella coniugazione del passato remoto e del participio passato, altri presentano irregolarità anche negli altri tempi… Insomma, un vero rompicapo!

2) Il genere dei sostantivi

In inglese i sostantivi non hanno genere.
In italiano, invece, i nomi possono essere maschili o femminili: in base al genere, vengono concordati articoli e aggettivi.
Il genere è arbitrario, cioè non strettamente legato al significato del nome. Non esiste, infatti, una logica stringente per cui il sostantivo “arpa” debba essere femminile e “fiore” maschile.
La regola per cui i sostantivi che terminano in “-o” sono generalmente maschili, mentre quelli che finiscono in “-a” femminili ha molte eccezioni: es. la radio, la foto / il problema, il cinema.
Un anglofono non dovrà solo imparare il genere dei sostantivi, ma tener presente anche il cambio di genere che si verifica in alcuni casi nel passaggio da singolare a plurale (es. il dito/le dita, il braccio/le braccia, l’uovo/le uova).
C’è di più: a volte questo switch di genere porta con sé un radicale cambiamento di significato (es. il porto/la porta, il caso/la casa, il panno/la panna).

3) Difficoltà di pronuncia

Noi italiani siamo abituati a pensare che la nostra lingua sia la più facile da leggere. D’altra parte, tutto quello che vediamo scritto nero su bianco va scandito con decisione: le lettere si leggono tutte (fatta eccezione per la H) e non ci sono strani dittonghi che trasformano le parole in qualcos’altro.
Ma siamo sicuri che sia così anche per i non madrelingua? Vediamo come se la sono cavata alcuni nostri amici nella pronuncia di alcuni suoni italiani davvero ostici:

4) Un disinvolto uso delle preposizioni

In italiano le preposizioni usate per indicare rispettivamente il moto a luogo e il moto da luogo sono, in linea generale, “a” e “da” (es. Io vado a Milano / Io vengo da Roma), gli equivalenti dell’inglese “to” e “from” (es. I go to Milan / I come from Rome).
Fin qui, tutto bene. Ora, provate a spiegare al mio amico questa frase: “Io vado dal medico”. Usiamo la preposizione “da” per indicare un moto a luogo: bizzarro, no?
In inglese questa frase, tradotta letteralmente, non ha senso e viola una delle più basilari norme grammaticali.
Difficile poi trovare regole fisse nell’uso delle preposizioni, perché le varianti legate ai singoli casi sono moltissime: es. “vado a casa”, ma “vado in banca” e “vado al cinema”.

Difficile destreggiarsi tra tutti i false friends, vero? Ecco una breve lista dei più insidiosi.

5) Passato remoto? No, thanks.

Per il mio amico è piuttosto incomprensibile (e come dargli torto?) la consuetudine radicata in tutto il nord Italia di usare le forme verbali al passato prossimo invece che al passato remoto, anche quando si parla di eventi molto lontani nel tempo.
Sentire “Ho incontrato Anna dieci anni fa” per lui è davvero strano: è un po’ come se in inglese usassimo il Present Perfect (che descrive eventi non ancora conclusi o accaduti in un momento non precisato del passato) al posto del Simple Past (riservato invece ad azioni iniziate e concluse nel passato, in uno specifico arco temporale).


Quelli che abbiamo visto sono solo alcuni esempi della complessità della lingua italiana.
E ricordate che, nella pratica, questi aspetti non si presentano mai isolati.
Pensate a quanti dettagli deve tenere sotto controllo il mio amico per formulare una frase semplice come “Vado al cinema con i miei amici”:

  • declinare il verbo irregolare “andare”
  • ricordare che “cinema” è maschile
  • scegliere la corretta preposizione articolata (al = a + il)
  • concordare articolo e aggettivo possessivo con il sostantivo maschile plurale “amici”

Non proprio una passeggiata.
Che dite, siete ancora sicuri che l’inglese sia difficile? 😉

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