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Come si trova lavoro – in Italia e all’estero – nel ventunesimo secolo?

Trovare lavoro non è semplice, per niente. Che cosa possiamo fare per far risaltare la nostra candidatura nel mare dei CV? Abbiamo scritto per voi una breve guida con tutti i punti da seguire per avere maggiori possibilità rispetto agli altri.
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Come si trova lavoro – in Italia e all’estero – nel ventunesimo secolo?

Illustrazione di Jana Walczyk

Da sempre, siamo abituati ad ascoltare e seguire i consigli dei nostri genitori. Ci hanno insegnato a parlare e camminare, ci hanno aiutato a trovare la nostra strada, ci hanno assistito – moralmente ed economicamente – durante l’università e, sono sempre al nostro fianco a gioire dei nostri successi. Come si suol dire, l’esperienza è maestra di vita e certamente ascoltare chi è più anziano e saggio è sempre un’ottima idea.

Se, però, siete alla disperata ricerca di un lavoro, forse è meglio ignorare mamma e papà. Non è cattiveria – lungi da me – il problema è che un 60-65enne odierno non ha la più pallida idea di che cosa significhi mettersi sul mercato nel 2018.
Non voglio dire che per i baby boomer (i figli del boom economico del dopoguerra) sia stato facile sistemarsi e mettere su casa, ci mancherebbe. Sto semplicemente affermando con convinzione e sicurezza che la loro esperienza non ha proprio nulla a che vedere con la nostra.
Pensiamo al contesto, alla situazione sociale, alla concorrenza, alle leggi del mercato odierno: è tutto completamente diverso e, malgrado i saggi consigli di base siano sempre validi (“Sii puntuale, sii preciso, sii educato e cordiale”), per il resto è proprio tutto da rifare.

Sulla base della nostra esperienza di appartenenti alla cosiddetta Generazione X (persone nate tra la metà degli anni ’60 e i primi anni ’80) e di Millennial (i nati tra la metà degli anni ’80 e il 2000), ho scritto per voi una piccola guida per trovare la strada (e il lavoro) in questo periodo così difficile. O almeno per massimizzare le vostre possibilità.

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1) Lo spirito d’iniziativa è tutto

“C’era una volta un neolaureato che venne inondato di proposte di lavoro una volta messo piede fuori dall’università. Lui scelse la sua preferita, firmò il suo contratto a tempo indeterminato e vissero tutti felici e contenti.”

Una bella fiaba a lieto fine, appunto, che forse è successa per davvero… magari tra gli anni ’60 e ’70.
La verità è che, ora come ora, la laurea non è più un valore aggiunto.
La verità è che noi 25-30-35enni siamo tutti dottori (triennali, magistrali, dottorandi e così via).
La verità è che, appena usciti dall’università, nessuno ci ha cercato.

L’istruzione è importante, non fraintendetemi, ma nella maggior parte dei casi non è il pezzo di carta incorniciato che vi aprirà le porte di un lavoro soddisfacente.
Iniziate a riflettere sulle vostre inclinazioni già mentre state studiando e prendete l’iniziativa: spedite i vostri pezzi al giornale locale, traducete in italiano un libro che non è ancora uscito in Italia (e proponetelo a una casa editrice), chiedete al cugino dello zio del vostro amico di presentarvi quell’avvocato e proponetegli di diventare suo assistente.

Queste iniziative avranno successo? Porteranno a una proposta di lavoro? Non lo so.
Se però non fate neanche un tentativo, vi assicuro che non succederà proprio nulla.

 

2) Il troppo stroppia

Questo si ricollega al punto precedente: come mai la laurea non rappresenta più lo spartiacque decisivo tra chi è istruito (e quindi avrà più opportunità lavorative) e chi non lo è?
Semplice: siamo in troppi.

La generazione dei nostri genitori, per diversi motivi, non ha mai “dato per scontato” l’idea di poter frequentare l’università. Di conseguenza, il dottore del 1970 aveva un peso decisamente diverso rispetto al peso di un dottore di adesso, e poteva pianificare con sicurezza il proprio futuro, sapendo di avere una marcia in più – la laurea – rispetto alla maggior parte dei propri coetanei.

Oggi, invece, tutti ci sentiamo quasi obbligati ad andare all’università. Non sto dicendo che la democratizzazione dell’istruzione sia sbagliata, anzi.  Il fatto è che, per la semplice legge della domanda e dell’offerta, più laureati ci sono, minore sarà il valore rappresentato dal conseguimento della laurea in sé, diventata oggi quasi un requisito di base più che una qualifica esclusiva.

Sì, siamo davvero in tanti. E la competizione è grande. Ma quali sono allora gli skills che fanno davvero la differenza nel mercato del lavoro di oggi?

 

3) Siate flessibili

I nostri genitori hanno trovato il loro primo impiego a poco più di vent’anni, alcuni addirittura prima. Salvo eccezioni, hanno continuato a lavorare nella stessa azienda per tutta la loro vita, fino al momento della pensione. È per questo che quando spieghiamo alla “vecchia” generazione che vogliamo cambiare lavoro dopo 2 o 3 anni o addirittura dopo qualche mese, ci guardano con gli occhi sgranati di chi si sta chiedendo se siamo solo incoscienti oppure solo completamente pazzi.

La verità è che il mercato di lavoro attuale è molto flessibile e, parola che si usa spesso in quesi anni, liquido. Soprattutto nel mondo digitale gli impieghi nascono, si evolvono e scompaiono.
Alcuni settori del marketing digitale (SEO, SEM, Content Marketing, solo per citarne alcuni) non esistevano 10 anni fa e, in questi anni, si sono comunque evoluti. Esisteranno fra 5 anni? Chi lo sa?

Chi non è flessibile, comunque, è perduto.

Se vi siete laureati in Scienze Politiche e pensate che il vostro lavoro del futuro sia fare il diplomatico, prendete l’iniziativa e provateci. L’importante è osare: portate il vostro curriculum (scritto bene!) alla sede delle Nazioni Unite mentre siete in vacanza a New York, partecipate agli eventi proposti dalla vostra università, buttatevi nella mischia, fate tutto quello che è in vostro potere. Se però non vedete i risultati, non incarognitevi. Il vostro futuro lavorativo non deve dipendere da un aut aut (“O diplomatico o niente!”). Non deve neanche essere una seconda scelta (“Volevo fare l’ambasciatore, questo lavoro di traduttore è una seconda scelta”).
Il vostro futuro è flessibile e segue il flusso delle nuove opportunità: “Il mio sogno era quello di fare l’ambasciatrice, ma ho capito presto che non sarei riuscita a costruire una carriera in questo campo. Siccome però ho studiato 3 lingue e mi è sempre piaciuto scrivere, ho sfruttato questa caratteristica e adesso lavoro come editor in un giornale internazionale”.

4) Imparate le lingue

Punto dolente: purtroppo, l’Italia non rappresenta l’eccellenza per quanto riguarda l’insegnamento delle lingue straniere, a nessun livello di istruzione. La teoria continua a rappresentare la parte più importante dei corsi di lingua e le regole grammaticali recitate a memoria il modo per valutare gli studenti.

Tanto per farvi un esempio, io ho iniziato a studiare l’inglese con regolarità a 6 anni e ho continuato fino alla laurea. Ebbene, in questi 18 anni passati sui banchi di scuola, non ho mai (davvero, MAI) avuto una conversazione che andasse oltre ai dialoghi improbabili presenti sui libri di testo.
Il risultato? Quando mi sono trasferita all’estero subito dopo il calcio dei miei amici per spingermi fuori dall’università (sì, le usanze goliardiche patavine sono abbastanza intense), non solo ho dovuto “imparare a parlare” ma mi sono anche dovuta “dimenticare” alcune costruzioni assurde per le quali i miei colleghi americani e britannici ancora mi prendono in giro!

Approfittate comunque della situazione: imparate l’arte (la grammatica) e mettetela da parte. Nel frattempo, però, iniziate a farvi l’orecchio con il “vero” inglese (o tedesco, o spagnolo… ): guardate film in versione originale, ascoltate podcast, leggete libri e giornali in lingua. Se state pianificando di lavorare per un’azienda all’estero, scegliete su Babbel i corsi di inglese relativi al mondo del lavoro, oppure divertitevi con i nostri consigli sul gergo che si parla negli uffici.

Dato che parlare l’inglese è la caratteristica indispensabile da scrivere sul curriculum (ben più importante della vostra laurea triennale), per poter avere qualche speranza nel processo di selezione, io vi consiglio di lavorarci seriamente.

Nel 2018, parlare l’inglese dovrebbe essere scontato.

 

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