Traduzione letterale di espressioni idiomatiche: 10 casi in cui è possibile

Non tutte le espressioni idiomatiche sono intraducibili nelle altre lingue. Eccone 10 che possono essere tradotte letteralmente!
Traduzione letterale di espressioni idiomatiche: 10 casi in cui è possibile

Vi abbiamo spesso parlato di espressioni idiomatiche, modi di dire e proverbi particolarmente difficili – se non impossibili – da tradurre. E molto probabilmente continueremo a farlo, perché crediamo davvero che sia uno degli aspetti più affascinanti dell’approccio ad una nuova lingua. Tuttavia, a volte non conosciamo alcuni modi di dire che potrebbero tornarci utili, ma non abbiamo molta fiducia nelle traduzioni che potremmo generare in pochi secondi nel bel mezzo di una conversazione (e facciamo bene, perché effettivamente nella maggior parte dei casi una traduzione letterale di un’espressione idiomatica si rivela un vero e proprio fallimento). Ma non è sempre detto. Ci sono infatti anche alcuni casi in cui non è necessario scervellarsi più di tanto, perché quelle bellissime immagini metaforiche che abbiamo in mente possiamo semplicemente tradurle… Alla lettera, e in più di una lingua.

Espressioni idiomatiche (e relativa traduzione letterale) che vengono dal latino

Perle ai porci

Derivando dal latino margaritas ante porcos, “perle ai porci” è una di quelle espressioni che potete tradurre letteralmente in varie parti del mondo senza alcun problema. Proviene infatti dal Vangelo di Matteo, in cui con la frase “Non date le vostre cose sante ai cani e non gettate le vostre perle ai porci” (Nolite dare sanctum canibusneque mittatis margaritas vestras ante porcos), Gesù esorta ad escludere i pagani dal culto cristiano.

Abbiamo dunque: perles aux porceaux in francese, margaritas a los cerdos in spagnolo, pearls before swine in inglese e Perlen vor die Säue in tedesco.

E a proposito di perle, vi segnalo che potete andare tranquilli anche sulla traduzione letterale di “perle di saggezza”: pearls of wisdom, perles de sagesse, perlas de sabiduría e Perlen der Weisheit.

Meglio tardi che mai

Dal latino proviene anche l’espressione “meglio tardi che mai” (potius sero quam nunquam), presente nell’Ab Urba condita libri di Tito Livio (59 a.C. – 17 d.C.), da cui si è con il tempo diffusa in varie lingue del mondo e che ha quindi una traduzione letterale in francese (mieux vaut tard que jamais) e spagnolo (mejor tarde que nunca), ma anche in inglese (better late than never) e in tedesco (besser spät als nie).

I coccodrilli piangono in tutte le lingue

La luce in fondo al tunnel

Dalle origini invece ignote sono le espressioni “leggere tra le righe” (to read between the lines, lire entre les lignes, leer entre líneas, zwischen den Zeilen lesen) e “la luce in fondo al tunnel” (the light at the end of the tunnel, la lumière au bout du tunnel, la luz al final del túnel, das Licht am Ende des Tunnels), mentre – sempre a proposito di luce – è dalla frase biblica “Dio disse sia fatta la luce e luce fu” che derivano l’inglese and there was light, il francese et la lumière fut, lo spagnolo y fue la luz e il tedesco und es ward Licht.

Lacrime di coccodrillo

Ma passiamo ora all’espressione “lacrime di coccodrillo”, la cui traduzione letterale è crocodile tears in inglese, larmes de crocodile in francese, lágrimas de cocodrilo in spagnolo e Krokodilstränen in tedesco. Si tratta di un modo di dire che deriva dall’idea secondo cui i coccodrilli, dopo aver mangiato le loro prede, piangono. Questo (falso) mito iniziò a circolare sopratutto nel 1300 dopo il resoconto de I viaggi di Mandeville, che è infatti un apocrifo. In realtà, si tratta chiaramente di una semplice reazione fisiologica, in quanto i coccodrilli hanno bisogno di mantenere il loro bulbo oculare pulito e lubrificato e di espellere sali, soprattutto considerando che, a differenza nostra, non possono farlo attraverso la sudorazione. Un recente studio pubblicato sulla rivista Frontiers in Veterinary Science, però, rivela che le lacrime di coccodrillo (e di molti altri animali) sono più simili alle nostre di quanto pensiamo e studiarne la loro composizione chimica potrebbe quindi rivelarsi utile per il trattamento delle malattie dell’occhio umano in un futuro abbastanza prossimo.

Ad ogni modo, cari coccodrilli di Mandeville, è proprio inutile “piangere sul latte versato”, o se preferite: to cry over spilled milk, pleurer sur le lait renversé, llorar sobre la leche derramada, über vergossene Milch weinen. Anche questa espressione può quindi essere resa in diverse lingue con una traduzione letterale e risale ad un non ben identificato passato in cui il latte si considerava un alimento prezioso e si cercava quindi di evitarne ogni spreco (inconveniente che è però capitato alla protagonista de La lattaia di Esopo, favola che infatti potrebbe essere legata a questo detto).

Traduzione letterale di espressioni idiomatiche antiche e dove trovarle

Un ago in un pagliaio

Il modo di dire “è come cercare un ago in un pagliaio” deriva invece con ogni probabilità dall’Inghilterra del 1500 ed è infatti presente in Letter Against Frith (1532) di Thomas More, il quale – riferendosi ad una citazione molto difficile da reperire tra una miriade di libri – affermò: it’s like to go to look for a needle in a meadow. Medow significa “prato”, ma ad oggi in inglese si usa parlare di a needle in a haystack (haystack è invece letteralmente il “pagliaio”) e, per quanto possa essere difficile da trovare, non lo è altrettanto da tradurre né in francese (aiguille dans une botte de foin), né in spagnolo (aguja en un pajar), né in tedesco (Nadel im Heuhaufen).

Anche i muri hanno le orecchie

Di origine francese è invece l’espressione “i muri hanno le orecchie”, che proviene infatti direttamente dal Museo del Louvre, dove nel XVI secolo Caterina de’ Medici fece installare un sistema di condotti acustici per ottenere informazioni in merito alla cospirazione che sospettava. Les murs ont des oreilles, dunque. Ma anche walls have ears, las paredes tienen oídos e die Wände haben Ohren.

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Valeria Visciglia
Valeria Visciglia è una studentessa ed ex ballerina nata a Torino. Dopo essersi diplomata con una tesina sul cervello poliglotta, si è iscritta alla facoltà di Scienze della Mediazione Linguistica. I suoi interessi includono scrivere, frequentare concerti, coccolare gatti, prendere aerei e cercare di capire qual è la sua lingua preferita.
Valeria Visciglia è una studentessa ed ex ballerina nata a Torino. Dopo essersi diplomata con una tesina sul cervello poliglotta, si è iscritta alla facoltà di Scienze della Mediazione Linguistica. I suoi interessi includono scrivere, frequentare concerti, coccolare gatti, prendere aerei e cercare di capire qual è la sua lingua preferita.

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