Coso e i suoi fratelli

Sì, insomma, no, non quello… vabbè, avete capito cosa intendiamo, giusto?
Coso e i suoi fratelli

Avete presente quell’oggetto di plastica, tondo, anzi no, un po’ squadrato, ma rotondo ai lati, quello che si usa quando la vite… no, non la vite, quell’altra, tipo una pinza, ma senza le braccia, capito come? Quante volte vi è capitato di dovervi spiegare a forza di balbettii, perché non vi veniva il termine esatto da adoperare? E quante volte avete fatto ricorso alla parola “coso“? Passami il coso, dov’è il coso, togli quel coso

Coso è la parola passepartout che l’italiano utilizza per definire un oggetto di cui non si conosce il nome, o che per qualche motivo non si vuole nominare ad alta voce. A volte, anche se non è una pratica da annoverare tra le buone maniere, lo si usa anche quando non ci viene in mente il nome di una persona: “Ti ricordi il fidanzato di Anna, quello che non voleva mai prendere l’aereo, come si chiamava? Coso, dai!”

“Coso” non è certo entrato di recente nella lingua italiana. Agli albori della sua carriera, Alberto Sordi creò il “Signor Coso” per il suo programma “Vi parla Alberto Sordi” e prima di allora si trovano anche tracce di “coso” nella letteratura. Guido Gozzano, in “Nemesi”, poesia contenuta nella raccolta “La via del rifugio” (1907), si definisce “un coso con due gambe / detto guidogozzano”.

È facile intuire l’origine della parola “coso”: è semplicemente la forma maschile di “cosa”. L’italiano ha a disposizione altri termini che si possono utilizzare quando non ci sovviene il nome esatto di un oggetto: i più comuni sono “affare”, “arnese” e “aggeggio” e in tal caso indicano specificamente una cosa più che una persona.

Coso nel resto del mondo

L’utilizzo di un termine generico per descrivere qualcosa di cui non si conosce il nome è piuttosto comune anche nelle altre lingue. In inglese, per esempio, si ha lo stesso identico meccanismo, con “thing” (=cosa) che diventa “thingy“. In questo caso, al contrario di quello che avviene in italiano, “thingy” designa propriamente un oggetto, non una persona. Negli Stati Uniti sono attestate molte varianti: “thingamajig“, “thingamabob“, “doohickey“, “doodad” e il classico “whatchamacallit“, letteralmente “come si chiama questo”. Anche in tedesco esistono varie possibilità: la più comune è probabilmente “Dings“, che viene da “das Ding” (= la cosa) e che però viene anche utilizzata per le persone. Oltre a “Dings”, il vocabolario tedesco ha a disposizione anche “Dingbums” o “Dingsda“. Inoltre, come succede in inglese (“Mr so-and-so”), quando non vi viene il nome di una persona, potrete dire “So-und-so”, quello che in italiano sarebbe “il tal dei tali” (o “pinco pallino”), un modo sicuramente meno scortese per non chiamare qualcuno “coso”.

Nessun altra lingua, comunque, può competere con lo spagnolo. Tanto per cominciare, in Spagna si usa “coso“, proprio come in italiano. Ma è solo la punta dell’iceberg: ci sono anche “chisme“, che significa “gossip, pettegolezzo” e al tempo stesso indica un oggetto di scarso valore. Ha quasi lo stesso significato “cachivache“, che designa qualcosa di cui non si conosce il nome e che è rotto e ormai inservibile. In America Latina, le varianti sono infinite, ed è impossibile nominarle tutte: “coroto” (Colombia e Venezuela), “pituto” e “socotroco” (Argentina), “chunche” (diffuso in gran parte dell’America Centrale), “dese” (Messico), “perol” (Venezuela), “simiñoco” (Puerto Rico), “vaina” (Colombia; secondo El Tiempo è addirittura la parola più utile della parlata colombiana!) e potremmo andare avanti per qualche altro paragrafo, probabilmente.

(Leggi anche: Che differenze ci sono tra lo spagnolo parlato in Spagna e quello dell’America Latina?)

Anche il francese dispone di più varianti: “truc“, “bidule“, “brol” (ques’ultima diffusa soprattutto in Belgio). E il polacco, dal canto suo, ha adottato delle soluzioni fantasiose: c’è il classico “to coś” (qualcosa), il più elaborato “to coś, z tym czymś, bez tego czegoś (che si può tradurre con “questa cosa, con questa cosa e senza questa cosa”) e infine “wihajster“, che deriva dal tedesco “wie heißt er?” (= come si chiama questa cosa?) e ricalca le scelte fatte da altre lingue, come l’inglese.

E nei dialetti italiani?

Un po’ come succede in America Latina, anche in Italia si trovano molte varianti a seconda delle regioni. In Friuli-Venezia Giulia, invece di dire “coso”, c’è “čhossul“, usato per descrivere un oggetto qualsiasi ma anche per indicare una persona di cui non ci viene il nome. Lo stesso significato ha la parola “mestiero“, usata in alcune parti del Veneto e che richiama chiaramente la parola “mestiere”. E il fatto curioso è che in alcune zone di Lombardia, e in provincia di Bergamo in particolare, si può utilizzare “laur“, un termine chiaramente collegato al verbo “laurà”, cioè “lavorare”. Lo stesso vale per alcuni dialetti emiliani e romagnoli, che usano “lavur“, a cui si affianca “bagaj“, letteralmente “bagaglio”, ma utilizzato per descrivere una cosa non meglio definita.

In alcuni dialetti marchigiani, come quello anconetano, al posto di “coso” si usa “ciaffo” per descrivere una cianfrusaglia, qualcosa che è di impiccio. Ma è a Napoli che hanno trovato la soluzione più divertente. Proprio come nelle Marche, in napoletano c’è una parola che si usa per descrivere un oggetto senza un nome ma che crea qualche fastidio: “cazzimbocchio“. Questa parola, che potrebbe suonarvi poco elegante (e in effetti non lo è, ma la sua origine è meno oscena di quanto possiate pensare), proviene molto probabilmente da “Katzenkopf” (= testa di gatto), un ciottolo di forma semisferica usato per lastricare le strade. E in napoletano, infatti, il cazzimbocchio è proprio il sampietrino, che ha una forma diversa da Katzenkopf ma cionondimeno è stato preso in prestito dai napoletani, che l’hanno poi tradotto a modo loro.

In Sardegna, infine, invece di usare il banale “coso” si sono inventati un termine davvero affascinante: “tasinanta“, cioè “ta si nanta”, “come si chiama?” La particolarità di questa variante, a parte la sua traduzione letterale, è che i sardi lo usano non solo per nomi o cose, ma anche quando sono troppo indaffarati per ricordarsi un verbo o un aggettivo. Claudia Aru, una cantante sarda, ha perfino dedicato una delle sue canzoni a questo bellissimo termine dialettale.


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Daniele Vallotto
Grande appassionato del colore arancione, di polpi e di termini dialettali in disuso. Il suo principale hobby è cercare il segreto per una cacio e pepe perfetta.
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