«Ho deciso di imparare il più possibile per non guardare il mondo da dietro i vetri d’una finestra chiusa.»

Imparare le lingue ha permesso a Gianpaolo di seguire la sua strada, ovunque questa lo portasse. Una passione per l’India e per la musica nata ascoltando i Beatles si trasforma in un percorso professionale e linguistico unico… Scoprilo in questa intervista!
26/08/2020
«Ho deciso di imparare il più possibile per non guardare il mondo da dietro i vetri d’una finestra chiusa.»

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Racconta! Come ti chiami e cosa fai nella vita?

Mi chiamo Gianpaolo Peres e sono un cantante. Da adolescente ho studiato come grafico pubblicitario, ma poi la passione per l’arte e la musica mi hanno portato a laurearmi in musica classica Indiana in un corso universitario sperimentale presso il conservatorio di Vicenza (I).
Insegno musica privatamente o in scuole di Yoga, collaboro a vari progetti di musica elettronica, mi dedico all’improvvisazione sia per ricerca che per i concerti.

Quale lingua volevi imparare crescendo? Cosa ti ha ispirato? 

L’inglese e il sanscrito. La passione per l’India e la sua musica nasce anche dai Beatles, oltre che da un libro di Rudyard Kipling che mi impressionò fortemente da bambino.

La musica è sempre stata fondamentale per me, mi piacevano molto le canzoni dei Beatles e volevo capirle. Questo è stato l’impulso iniziale assieme al desiderio di viaggiare e conoscere gente e posti nuovi che mi hanno spinto a imparare la lingua inglese e le sue sfumature.

Quante lingue parli ora? 

Parlo italiano, friulano, inglese, francese, un po’ di tedesco.

Qual è stata la più difficile da imparare? 

Il tedesco.

Qual è stata la più semplice?

L’inglese.

Perché?

L’inglese ha una costruzione delle frasi relativamente facile, non ha genere e credo questo abbia giocato un ruolo anche nel suo imporsi come “lingua globale”, specialmente nel veloce mondo del lavoro. Per quanto mi riguarda, cercare di capire le canzoni in inglese mi ha aiutato molto a migliorare la capacità di ascolto e lavorare sulle traduzioni dei testi mi ha dato modo di esplorare nuove possibilità lessicali.

Stai imparando una nuova lingua in questo momento? Qual è la tua motivazione?

Sì, sto imparando il tedesco. La mia insegnante di canto vive e lavora a Berlino, così dopo la laurea mi ha invitato in questa città che conoscevo dagli anni 90’. Per me Berlino era la città dove David Bowie aveva vissuto e lavorato, e quindi ho accettato volentieri.
Ci vivo ormai da 7 anni e solo ora sento di trovarmi in un buon momento per imparare davvero il tedesco. Complici motivi di lavoro, collaborazioni recenti e amicizie personali mi sto quindi dedicando a questa lingua che trovo difficile, molto precisa e filosofica, ma con una logica di fondo differente dalle altre lingue che parlo e conosco.

Ho deciso di imparare il più possibile per non avere più la sensazione di vivere e guardare il mondo da dietro i vetri d’una finestra chiusa, ma di aprire quella finestra attraverso la conoscenza e la comprensione!

Parliamo un po’ del ​​rapporto tra la tua vita professionale e la tua vita personale. Le lingue giocano o hanno giocato un ruolo?

È un rapporto contrastato e stimolante. Cerco sempre di proteggere la mia creatività dalla routine. Spesso il lavoro e la vita personale si sono fuse dando grandi risultati, nutrendosi l’una dell’altra. Certo capisco che non è per tutti, la sperimentazione e la ricerca in ogni campo nascono proprio dai dubbi, dal trovarsi in territori e situazioni inusuali. Solide basi e un giusto coinvolgimento emotivo sono basilari.
Le lingue poi,  giocano un ruolo fondamentale. L’etimologia, la linguistica, il desiderio di capire e di parlare correttamente altre lingue mi hanno portato a lavorare a Londra per un’etichetta discografica alternativa, ad Amsterdam come guida turistica in bicicletta, in Francia per scambi culturali, mi hanno aperto le porte per concerti in vari paesi d’Europa. Tutto questo senza le lingue non sarebbe mai potuto succedere.

Quando parli un’altra lingua a lavoro è più importante per te essere fluente ed evitare errori o riuscire a esprimerti per come sei?

Ho sempre viaggiato per lavoro in Europa, a parte un viaggio giovanile in India, e mi sono reso conto che i due aspetti vanno a braccetto.

Mentre imparo una nuova lingua e cerco di renderla parte della mia vita è più importante sforzarsi di essere fluenti ed evitare errori: superata quella fase, padroneggiare un’altra lingua mi aiuta ad esprimere in pieno quello che sono.

L’umorismo è uno strumento potente. Imparare una nuova lingua ha in qualche modo ampliato il tuo senso dell’umorismo?

Molto potente, spesso capiamo e memorizziamo quando ridiamo. Riuscire a capire l’umorismo espresso in un’altra cultura e in un’altra lingua è il segnale che si sono fatti grossi progressi. 
Capire l’umorismo e gli stereotipi che sempre lo accompagnano, con grosse differenze in ogni cultura, ha modificato necessariamente il mio modo di scherzare. Spesso basta una parola giusta al momento giusto, che sottolinei un’emozione o un concetto,  per unire le persone ridendo. Sono da sempre un grande appassionato dell’umorismo britannico: il sarcasmo estremo e l’uso minimale delle parole mi hanno aiutato molto a creare amicizie nel mondo del lavoro che sono poi rimaste tali nella vita privata. Un grande mezzo diplomatico.

Ti ha aiutato a rompere il ghiaccio? 

Certamente! Sia gli inglesi che gli olandesi, per esempio, fanno largo uso dell’umorismo sia nella vita professionale che in quella privata. Specialmente in momenti di stress estremo tendono a stemperare la tensione scherzando, creando empatia. Questo gli permette, dopo la risata, di provare altri approcci comunicativi e di riportare la tensione a livelli accettabili.

Quanto è stato determinante in ambiente lavorativo? 

Riuscire ad avere un buon senso dell’umorismo è stato sempre fondamentale per il lavoro. 
Viaggiando molto condividere una risata mi ha sempre fatto sentire a casa, mi ha avvicinato e mi ha fatto scoprire nuovi aspetti delle persone con cui ho collaborato, in maniera informale e che non necessita di altre spiegazioni. 

Hai mai fatto finta di capire una conversazione in un’altra lingua? Come è andata?

Sì. Ogni tanto, capendo il contesto, facevo finta di capire anche il resto. Ma non è andata molto bene. Mi sentivo in forte imbarazzo, tentavo di far finta di niente e agire come se avessi capito.
Spesso gli interlocutori percepivano la reazione nel modo sbagliato, pensando che non fossi interessato alla conversazione o peggio, che fossi un bugiardo. Fingere di capire non funziona: nel mio caso ha sempre creato interpretazioni sbagliate e creato distanze.

Ti ricordi la tua prima battuta in un’altra lingua?

Credo di sì, ora te la racconto… Ci sono questi due signori Inglesi che si incontrano per strada e nel salutarsi molto formalmente l’uno chiede all’altro: “Com’è il tempo oggi?”  E l’altro risponde, guardano in alto, “let’s wait a minute!” 

C’è un errore che continui a fare in un’altra lingua?

Certo, continuo a fare errori, ad esempio nell’inglese scritto di solito raddoppio le consonanti.

Una parola o una frase che ami particolarmente usare? 

Basically!  Ha davvero cambiato la mia vita. Porta al succo del discorso, all’essenza, e spesso viene usata sia in situazioni formali e non per evidenziare qualcosa di davvero importante e da cui non si può prescindere.

Hai mai sognato in un’altra lingua?

Sì molto spesso. Mi rendo conto di saper parlare un’altra lingua solo dopo aver sognato in quella lingua.

Imparare una nuova lingua ha cambiato il modo in cui ti vedi nel mondo? Come?

Sì, certo. Viaggiando molto mi sono reso conto che parlare una lingua ti da sicurezza e sicuramente ti aiuta a evitare situazioni spiacevoli. All’inizio mi piaceva fantasticare, mi sentivo un viaggiatore proveniente da un altro secolo, specialmente in Asia.  Poi piano piano, con l’esperienza si capisce che con il rispetto,  la pazienza e dando alle parole e alle cose il giusto significato la percezione si espande  e ci si rende conto che a volte, nonostante la distanza, tutto il mondo è paese.

Se potessi svegliarti un mattino e parlare magicamente un’altra lingua senza doverla imparare, quale sarebbe e come mai? 

Sanscrito, perché è l’antica matrice di molte lingue. Mi piacciono le fonti, mi piace capire perché da un suono nasce una parola… o un nuovo mondo.

Se potessi viaggiare indietro nel tempo e darti consigli sul come imparare e utilizzare la lingua hai imparato, cosa diresti?

Ascolta più che puoi, ripeti più che puoi e concediti sempre di sbagliare….

Gianpaolo, cantante italiana intervistato da Babbel, lavora a Berlino testimonial Q3 campaign
Gianpaolo Peres è nato in Italia e vive a Berlino. Dopo molti anni di studio si è diplomato con Amelia Cuni al conservatorio di Vicenza, specializzandosi nel Druhpad indiano. Principalmente cantante, suona anche il tanpura, strumento musicale della tradizione indiana. Si dedica con passione all’esplorazione delle connessioni tra suono, luce e movimento. Nel corso della sua vita professionale ha collaborato con Amelia Cuni, Werner Durand, Robert Miles, Dalata, Planeta Terra, A Group, Agnese Toniutti, KV5, Inconsolable Ghost, Lysn. Attualmente lavora con Hilary Jeffery al progetto Minor Tom.

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Sara Garizzo
Sara Garizzo è una quasi storica che ama le storie, in ogni loro manifestazione. Vive a Berlino dal 2008 e si è unita al team di Babbel nel 2017, prima come copywriter e poi come content strategist. Ama organizzare indimenticabili grigliate, leggere libri sui viaggi nel tempo e fantasticare sull’esplorazione spaziale. Tutti argomenti sui quali ha molto da dire.
Sara Garizzo è una quasi storica che ama le storie, in ogni loro manifestazione. Vive a Berlino dal 2008 e si è unita al team di Babbel nel 2017, prima come copywriter e poi come content strategist. Ama organizzare indimenticabili grigliate, leggere libri sui viaggi nel tempo e fantasticare sull’esplorazione spaziale. Tutti argomenti sui quali ha molto da dire.

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